giovedì 26 aprile 2007

domenica 22 aprile 2007

Un semplice punto di vista - 8

Il nostro vedere, il nostro sapere, sono necessariamente e indissolubilmente vincolati al nostro corpo, allo spazio in cui siamo collocati e al momento specifico in cui interagiamo con la realtà. È banale, di una banalità disarmante dover essere costretti a sottolineare che non si può essere nello stesso momento in ogni parte del mondo ed essere testimoni di tutto ciò che accade. Al contrario, la situazione di ciascuno di noi può essere paragonata – paragone che regge fino a un certo punto - a chi fosse costretto a osservare un grandissimo quadro solo dietro un pannello delle stesse dimensioni della tela e attraverso pochi, piccoli fori distribuiti a caso sulla sua superficie. Se tante persone quanti sono i fori osservassero nello stesso momento il quadro, ciascuna di esse non coglierebbe che qualche piccolo dettaglio. Certo, potrebbe osservarlo attentamente per anni arrivando a conoscere quella microscopica porzione dell’opera fin nei minimi particolari, ma non per questo potrebbe fare affermazioni certe sull’intera tela. E così vale per tutti gli altri osservatori. Certo, stanno tutti guardando lo stesso quadro – in realtà c’è chi osa dubitare anche di ciò – ma anche una volta messi assieme tutti i punti di vista risulta impossibile fare affermazioni certe sull’opera nel complesso. I fori sono davvero piccoli, e del quadro non si colgono che minimi dettagli. Ma per quanti siano gli osservatori, non sono tanti quanti sarebbero necessari per osservare il quadro nel suo complesso, nel medesimo istante di tempo.

Un semplice punto di vista - 7

In realtà l’irriducibilità dello sguardo umano sul mondo varrebbe anche nel caso in cui, un bel giorno, ci trovassimo di fronte ad un punto di vista alternativo. Poniamo infatti il caso che domani giunga sulla terra un essere alieno che non ha alcuna somiglianza con l’essere umano, e che dunque – presumibilmente - si ponga di fronte alla realtà in modo diverso dal nostro: ebbene, anche se volessimo saperne di più sul suo punto di vista, sulle sue conoscenze per vedere se ha somiglianze col nostro, lo faremmo sempre da una prospettiva umana, lo analizzeremmo sulla base di parametri umani, col risultato che anche l’osservazione dell’alieno è contaminata, modificata, influenzata dall’osservatore

Un semplice punto di vista - 6

Tutti coloro che affermano di dover-uscire-da-se-stessi, distaccarsi-da-sé per avere – di se stessi, degli altri o della realtà, indifferentemente - una visione più obiettiva, bluffano clamorosamente. Mi spieghino lorsignori come fanno a mettere da parte se stessi ed allontanarsi, anche solo di qualche centimetro, per osservarsi dal di fuori. Francamente è impossibile. Per quanto, per esempio, ci si voglia mettere-nei-panni di qualcun altro, provando a pensare come lui, a come lui agirebbe se noi fossimo al suo posto (se noi fossimo… questa dannata forma verbale! Se noi fossimo… certo… ma noi non siamo!), ebbene, non stiamo facendo altro che scimmiottare l’altro, provando, per l’appunto, a riprodurre/replicare il suo modo di pensare, di ragionare, di atteggiarsi, ma in ogni caso lo facciamo attraverso o mediante noi stessi. Per quanto Nietzsche – per citare un filosofo a caso - possa sostenere che sia necessaria una visione di se stessi distaccata e obiettiva, fredda, al di là del bene e del male, amorale, sa altrettanto bene che quella è per l’appunto la visione di Nietzsche, ed egli stesso ogni mattino si è svegliato guardando il mondo e pensando come Nietzsche e non come qualcun altro.

sabato 21 aprile 2007

Philos + Sophia - 8

Come al solito, vorrei sottolineare che non sto affermando nulla di nuovo. Ci mancherebbe. Non faccio altro che riportare il termine alla sua originale definizione platonica. E poi, per dirla tutta, è ora di finirla di considerare il filosofo il dotto par excellence, la quintessenza della sapienza, colui che impiega il meglio di sé nella forma più alta di attività intellettuale… quanta boria, quanti paroloni, che supponenza! La più alta forma di conoscenza! Accipicchia! E tutti questi cervelloni, fino ad oggi, hanno forse dato qualche risposta? Cosa ha partorito fino ad ora questo mastodontico sforzo delle migliori menti umane? E se invece il filosofo fosse un uomo innamorato del sapere, della ricerca, della conoscenza, che pur sapendo che trovare qualche risposta definitiva sarà difficile se non impossibile, non smette mai di interrogarsi? E se il filosofo, alla fine dei conti, non fosse un essere razionale guidato dalla saggezza, ma al contrario dalla forza e dall'intensità di un sentimento? Se fosse guidato non dalla coscienza ma dall’incoscienza? Se la molla che lo spinge a filosofare non avesse nulla a che fare con la ragione?

Con ciò non voglio escludere dal territorio della filosofia testi, libri, dizionari, librerie, biblioteche, università, professori, esami eccetera. È ovvio che tutto ciò sia parte del suo mondo. Amore per la conoscenza implica amore per tutto ciò in cui il pensiero, la saggezza, la conoscenza, la sapienza prendono forma, si palesano. Ma ripeto, non sono nient’altro che alcuni dei destinatari dell’amore che il filosofo prova per la conoscenza e il sapere.

Philos + Sophia - 7

È quantomeno curioso che - nel dare la definizione del termine filosofia – il dizionario di filosofia di nicola abbagnano non citi nemmeno l’etimologia della parola, e non ci sia – in ben 11 pagine dedicate all’argomento - il benchè minimo riferimento al termine philos, amore.
I silenzi – non si mancherà mai di sottolinearlo - non sono mai casuali. Queste macroscopiche dimenticanze non sono frutto del caso. Nella mani di abbagnano la filosofia si limita ad essere, di volta in volta, l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo, lo studio della saggezza, la perfetta conoscenza di tutte le cose, eccetera eccetera. E' palese che sono i filosofi stessi – o coloro che si occupano di filosofia – a travisare volutamente l’etimologia del termine e proporne una definizione limitata. Sono i filosofi stessi a enfatizzare l’aspetto dello studio, della conoscenza, della sapienza e della saggezza, dimenticando l’ingrediente irrazionale – o quantomeno sentimentale - che sta alla base dell’essere filosofo. È come se al posto di dare la definizione della parola nella sua interezza, abbagnano si limiti a sophia. La filosofia non è conoscenza, non è saggezza né sapienza. Al contrario: non è solo una forma d’amore, ma ne è l’espressione più alta.

Philos + Sophia - 6

Oh senza dubbio ho letto poco, ho guardato distattamente invece che osservare con attenzione, o devo aver studiato con poco profitto. E sia. So di non sapere, punto. Ma prendete per esempio Cartesio: il dotto filosofo francese, prima di accingersi ad elaborare il suo Discorso sul metodo, legge e studia di fatto tutto ciò che fino a quel tempo è stato partorito da mente umana: lo studio delle lingue, dell’eloquenza e della poesia, della letteratura e della retorica; lo studio delle scienze matematiche, della teologia e dulcis in fundo – della filosofia. Ebbene al termine di questo percorso – e riferendosi nello specifico alla filosofia – sentite un po’ cosa scrive: ‘per quanto riguarda la filosofia, dirò soltanto che, vedendo come essa sia stata coltivata dai più eccellenti ingegni che siamo mai vissuti da molti secoli, e come tuttavia non si trovi in essa nulla su cui non si discuta e quindi non sia revocabile in dubbio, non ero a tal punto presuntuoso di riuscirci meglio degli altri. Considerando inoltre quante diverse opinioni possano essere sostenute relativamente a uno stesso argomento da persone dotte, mentre non ve ne può essere più di una sola che sia vera, giunsi a reputare quasi come falso tutto ciò che era soltanto verisimile’.

Philos + Sophia - 5

Conosco diverse persone che hanno fatto filosofia, ma il loro interesse per la disciplina si è quasi sempre limitato agli anni dell’università. Dopo, la filosofia è scomparsa dalle loro vite: quasi nessuno ha mai letto un libro di filosofia dopo la laurea, nè il filosofare occupa anche solo qualche istante dei loro pensieri.
Rispetto al fare filosofia, è scontato affermare che - in linea di principio - essere filosofi dovrebbe qualcosa di ben diverso. Riprendiamo ancora una volta l’etimologia della parola: philos e sophia, ossia amore per la sapienza, o la saggezza, o la conoscenza. Tutti, per secoli, hanno focalizzato la loro attenzione sul secondo termine greco che compone la parola, io preferisco invece soffermarmi sul primo. È il primo termine, philos a darci la misura del filosofare: la filosofia è prima di ogni altra cosa un sentimento, per essere più precisi un sentimento di amore. Dunque il filosofo è una persona innamorata. E l’oggetto del suo amore è la sapienza. Ora cosa può fare un filosofo se non pensare costantemente all’oggetto del suo amore? Un filosofo non decide razionalmente, non sceglie volontariamente di occuparsi della ragione, della conoscenza o della saggezza: ne viene travolto.
Un filosofo non decide di mettersi a riflettere o non sceglie di porsi certe domande: i dubbi vengono da soli, i pensieri non sorgono a comando, ma fluiscono senza una precisa volonta. Un filosofo non sceglie di diventare filosofo, piuttosto asseconda un proprio sentimento, si lascia inondare dalla passione. Un filosofo non può avere con la filosofia un rapporto freddo e distaccato, al contrario, la filosofia rappresenta per lui la vetta estrema della felicità e il più profondo degli abissi. La filosofia è un ossessione, un tormento, una delizia, un’indispensabile futilità.

Philos + Sophia - 4

Credo che il modo migliore per trovare o recuperare l’essenza della filosofia sia riferirci alla sua etimologia: philos e sophia, ossia tradotto in parole povere amore per la sapienza.
Se facciamo ancora uno sforzo ulteriore, e cerchiamo tra gli scritti dei pensatori che per primi hanno utilizzato il termine filosofia (ossia Aristotele e Platone) la definizione del termine sapienza, scopriamo che essa coincide con la più alta conoscenza delle cose più eccellenti, o anche la condotta razionale della vita umana.
Ora abbiamo in mano un discreto numero di elementi per fare qualche considerazione interessante. Il termine filosofia mette insieme nella stessa parola due poli opposti: il polo dell’irrazionalità e il polo della ragione. La filosofia è amore: dunque passione.

È curioso notare come solitamente le due cose si escludano a vicenda: una persona che ama, per chiunque di noi, non agisce razionalmente, mentre chi si lascia guidare dalla ragione non può certo parlare d’amore/essere innamorata. Eppure, proprio ciò che da secoli è considerata la massima attività intellettuale – la filosofia – risulta essere l’insieme di questi opposti inconciliabili.

Philos + Sophia - 3

Si potrebbe però operare una distinzione che assume, a questo punto del ragionamento, un certo rilievo: un conto è fare filosofia, un altro essere filosofo. Per essere filosofi non necessariamente bisogna aver studiato filosofia, e per fare filosofia non è indispensabile essere filosofi.

Philos + Sophia - 2

Oggi fare filosofia significa seguire un ben preciso percorso di studi, studiare un insieme di testi, sostenere una serie di esami; fare filosofia significa frequentare determinati spazi - biblioteche, aule, studi, librerie - a scapito di altri - mercati, mostre, cinema, negozi, chiese, palestre; significa entrare in una libreria e limitarsi a consultare uno dei suoi settori più piccoli, e un numero circoscritto di case editrici specializzate; significa doversi confrontare con linguaggi e terminologie il più delle volte incomprensibili; fare filosofia significa vestire in modo triste e dimesso, o o non attribuire alcuna importanza al corpo o all’aspetto esteriore; fare filosofia significa atteggiarsi a tipi strani, misteriosi, riflessivi, malinconici, solitari, e tutte cazzate del genere. Fare filosofia significa voler essere considerati automaticamente e di diritto dei sapienti, dei dotti, degli illuminati. In altre parole volete che gli altri vi considerino intelligente? Allora iscrivetevi a filosofia: tanto basta.

Cosa rimprovero a chi fa filosofia? Di averla trasformata, nel corso secoli, in un sapere per pochi intimi, che circola esclusivamente in ambienti circoscritti ed esclusivi e si esprime attraverso linguaggi estremamente complessi e difficilmente comprensibili. Rimprovero di aver fatto della filosofia un sapere esclusivamente teorico, senza la minima utilità, raramente applicabile alla quotidianità. La filosofia non incide sulla vita di tutti i giorni, non è una condotta di vita, non è una pratica o una pragmatica, non è più un sapere che deve trasformarsi in un fare, ma si riduce a un insieme di testi oscuri, sovente illeggibili. La filosofia ha cessato da secoli di circolare nelle piazze e tra le persone comuni, non è più fonte di dialoghi e dispute: è un fatto per filosofi, e basta. La filosofia è scomparsa dalla vita reale, ha abbandonato il mondo e l’esistenza.

Sarebbe bello sostenere che la filosofia è morta, e fare un’affermazione forte provocante, à la nietzsche, ma non è nemmeno vero questo, la filosofia sopravvive, ma è ridotta all’ombra di se stessa, anzi forse è sempre la stessa, se si fa eccezione per i greci.

Philos + Sophia - 1

Al contrario di un sapere essenziale, la filosofia è oggi un’attività intelletttuale, una disciplina, un sapere superfluo: non serve a nessuno, non interessa a nessuno, non ha il benchè minimo impatto sulla vita di tutti i giorni. Senza dubbio tutti conoscono il termine filosofia, ma pochissimi sanno darne una definizione; ancora meno sono quelli che sanno i nomi di qualche filosofo contemporaneo, e quasi nessuno sa citare qualche teoria di un qualsiasi filosofo mai esistito sulla faccia della terra. Quante persone – ve lo siete mai chiesto? o meglio: lo avete mai chiesto? - saprebbero indicare una corrente filosofica che ha giocato un ruolo attivo nelle loro vite? Quanti sottoscriverebbero il fatto che la filosofia è la più alta attività intellettuale dell’essere umano? Quanti la praticano quotidianamente? I signori filosofi non si rendono conto concretamente e realisticamente dell’attuale inutilità della filosofia? Della sua totale assenza dalle nostre esistenze? La filosofia, nella realtà, non esiste. È scomparsa. È stata cancellata, o per essere più precisi è stata segregata, ghettizzata. È assurta al rango di un sapere per pochi eletti in grado di interpretare correttamente i suoi codici oscuri e misteriosi.
Sono sicuro che i signori filosofi reagiranno indignati a queste affermazioni, e si affretteranno ad affermare che la filosofia è viva e attiva. Dal loro punto di vista, è ovvio. Vivono di filosofia. Ne parlano ogni giorno. Ma al di fuori del loro ghetto, al di là di quelle mura, della filosofia non importa niente a nessuno.

domenica 15 aprile 2007

Aforismi - 4

Non prendere un modello come realtà, ma la realtà come modello.

Un semplice punto di vista - 5

Per noi la realtà stessa, in se stessa, non esiste. Ovvero, ha una sua esistenza se la immaginiamo svincolata da noi, ma di fatto per l’essere umano non esiste la realtà in sé, esiste in primo luogo un corpo che filtra la realtà e la decodifica. La nostra realtà non è nient’altro che una somma di punti di vista/visioni parziali, il cui livello ultimo, per ognuno di noi, è rappresentato da se stesso.

Insomma non si può far altro che ammettere che è indubitabile che questo albero di fronte a me esista, ed esisterebbe anche senza di me che lo osservo, ma sta di fatto che per quel che mi riguarda, non potrò fare altro che osservare l’albero stesso dal mio specifico e particolare punto di vista, irriducibile a quello di un altro. Chi sta osservando l’albero sono io, il mio corpo, i miei occhi, il mio sistema nervoso e il mio cervello. Qui ed ora.
Come provare a spiegarsi meglio e più semplicemente? Eppure la cosa è intuitiva: la realtà al di fuori di noi esiste, ma noi non possiamo fare altro che percepirne una versione filtrata. Il che non è osservazione da poco. Immaginatevi una rana che osserva il mondo: secondo voi vede la realtà così com’è? No di certo, è il mondo visto da una rana, indipendentemente da qualsiasi giudizio si voglia esprimere su come una rana vede il mondo.
Per gli esseri umani è lo stesso: analitica o meno che sia rispetto a quella della rana, anche quella dell’essere umano è semplicemente l’esperienza della realtà e non la realtà stessa, è l’altro-da-se filtrato dai nostri sensi, dall’esperienza, dalla coscienza, dalla memoria.

La memoria esterna - 10

Gli effetti della smemoratezza.
Viviamo in uno stato costante di perenne stupore. Qualsiasi fatto ci sorprende come non fosse mai accaduto prima. Per noi è sempre la prima volta. Ci guardiamo reciprocamente in faccia sbalorditi chiedendoci come un essere evoluto quale il nostro possa compiere tali bassezze. Rimaniamo sconvolti e pietrificati, sopaffatti dalla mostruosità, sinceramente increduli. Questo profondo tormento, questo incessante interrogarsi, può protrarsi a lungo, a volte anche per qualche ora. Poi dimentichiamo tutto. Completamente. E se a distanza di una settimana lo stesso evento si ripete, eccoci nuovamente, sinceramente e profondamente sconvolti, increduli, sbalorditi. Si riparte da zero per subire uno shock e così via, all’infinito.

La storia, il presente, la realtà, la quotidianità si sono trasformati – o vengono percepiti – come una succesione di singoli shock che ci sconvolgono emotivamente, ma che non vengono archiviati e messi in relazione dall’azione attiva della memoria e della cultura. Non venendo interiorizzati, gli input esterni rimangono qualcosa di separato, lontano da noi. E non mettendo in relazione i singoli eventi, non possiamo nemmeno comprenderli. È per questo motivo che ci sembra sempre tutto incredibile: perché ogni volta tutto accade come fosse la prima volta.

La memoria esterna - 9

Tutto gioca contro la memoria: alcool, droghe, farmaci. Ricordare è un peccato, memorizzare fonte di vergogna o imbarazzo. Imparare un numero a memoria è inconcepibile, una cosa infantile, di un’altra epoca, non più attuale. È out – nessun termine sembra letteralmente più appropriato.

La memoria esterna - 8

Non facciamo altro che affastellare ed accumulare informazione, senza avere la più pallida idea di cosa stiamo ammassando. E non venendo interiorizzate grazie al processo del ricordare, le informazioni rimangono tali, senza alcun nesso o relazione che le lega. Sono una semplice somma di informazioni, nulla più.

Senza la funzione attiva della memoria che interiorizza l’informazione, quest’ultima rimane separata da noi. Non è cosa nostra. È un oggetto altro da noi.

Dunque la memoria non archivia semplicemente un’informazione, ma la mette in relazione con altre. Ed è solo in seguito a questo mettere in relazione che si passa dal particolare al generale, e diventa possibile astrarre, formulare opinioni, previsioni, ipotesi, leggi.

La memoria esterna - 7

Forse oggi la cultura si è trasformata in una collezione di memorie esterne in cui vengono stoccate le informazioni che una volta interiorizzavamo.

Forse ancora una volta il possesso sconfigge la comprensione.

La memoria esterna - 6

È consolante essere consapevoli che tutto ciò è stato voluto da noi. Tanto il bombardamento ossessivo di informazioni quanto il modo per resistervi. Per evitare di essere soffocati dalle informazioni che noi stessi mettiamo in circolazione, abbiamo creato degli appositi oggetti o contenitori nelle quali archiviarle, ed evitare così di doverle incamerare dentro noi stessi. Gli oggetti in questione, che potremmo genericamente definire come memorie esterne, hanno dimensioni sempre più ridotte e una capacità (intesa come volume) inversamente proporzionale alle dimensioni. Ma l’informazione curiosamente cresce anch’essa allo stesso ritmo, e dunque non si fa altro che assistere a questa battaglia tra numero di informazioni e capacità e dimensioni dei contenitori o archivi.

venerdì 13 aprile 2007

Make war not love - 2

Quando si è in guerra il mondo diventa tutto d’un tratto intelleggibile. La nebbia della pace si dirada e tutti improvvisamente imparano a distinguere il nero dal bianco, indipendentemente da ciò che ai due colori è associato. Quando si è in guerra, una parte rappresenta l’ordine, l’altra il disordine; una il bene e l’altra il male, inevitabilmente. L’ordine siamo noi, il disordine gli altri. E così vale per gli avversari: dal loro punto di vista sono ovviamente loro a essere custodi dei veri valori, e noi barbari o infedeli. Ciò che conta è che per assicurarsi il consenso di milioni di persone basta essere chiari, ed essere in grado di dare un senso, mettere ordine.

Make war not love - 1

La maggior parte delle società occidentali sta vivendo uno dei periodi di pace più lunghi che la storia dell’uomo possa ricordare. Sono ormai passati sessant’anni dall’ultimo conflitto su scala mondiale. Il risultato più evidente di questo rigurgito di pseudobenessere sono società obese, terribilmente annoiate, ammalate, depresse. Società in continuo calo demografico, società anagraficamente e culturalmente vecchie. Società esaurite, che si sono già poste tutte le domande, che hanno elaborato tutti i testi possibili, senza aver trovato alcuna risposta definitiva. Soprattutto, società di nome ma non di fatto, non nella sostanza, perché costituite da individui singoli privi di relazione gli uni con gli altri. Alla base delle società occidentali (o per meglio dire del modello oggi culturalmente dominante nel mondo) non c’è la cooperazione tra individui in vista di un bene collettivo, ma la concorrenza per accaparrarsi delle risorse limitate.

Qui si tratta di capire che sarà folle o paradossale ma siamo di fronte a un eccesso di pace. La pace ha la curiosa caratteristica di associare a un ordine di superficie un profondo disordine, al contrario della guerra che al terribile disordine di superficie associa una sorta di paradossale ordine profondo. Mi spiego meglio: i dato o i risultati evidenti e manifesti della guerra sono i conflitti armati, le morti, le armi, i soldati, i bombardamenti, le torture, le prigioni. Il lato più nascosto, delicato e profondo dei conflitti è dato dalla ricerca di un ordine, dal consenso collettivo che si riesce a creare indipendentemente dalla bontà dei valori condivisi (si pensi solo al nazismo, al fascismo, ai regimi comunisti) dagli atti di pietà, dalla capacità di soffrire e sacrificarsi anche per cause perse, dall’abnegazione e dal coraggio.

Il pensatore del XXI sec. - 7

Volete che la dica tutta? Siamo vecchi. Noi, esseri umani, in quanto specie e agli inizi del XXI secolo. Siamo la terza età del genere umano: l’età delle definitiva percezione della totale assenza di senso della vita, l’età in cui i peggiori vizi si cristallizano per raggiungere la vetta del cinismo e della degradazione, l’età dell’impotenza e dei malanni fisici, delle malattie e della solitudine, dello sguardo costantemente rivolto al passato nonostante le falle di una memoria che non funziona più.
Siamo quelli che hanno già visto tutto, e l’hanno visto e rivisto così tante volte che per l’abitudine se lo sono scordato. Come i vecchi, siamo quelli che nonostante abbiano visto tutto non per questo hanno capito tutto, anzi, proprio perché abbiamo visto tutto non siamo potuti venire a capo di nulla.

Aforismi - 3

Filosofare è ricucire un vestito nuovo sempre con gli stessi stracci.

giovedì 12 aprile 2007

La memoria esterna - 5

Certo tutte queste positive riflessioni hanno senso se si considera la memoria un semplice archivio di informazioni, un magazzino, un accumularsi di oggetti e dati che occupano un certo volume di spazio. Si cambia invece immediatamente prospettiva se si considera la memoria non come un contenitore passivo di informazioni, ma come la facoltà attiva che le mette in relazione.

Le magnifiche sorti e progressive - 10

Ciò che è intollerabile dei modelli ideali dell’essere umano sta proprio nel fatto che siano dei modelli. E soprattutto non si capisce perché, alla luce dei fatti, debbano sempre essere proposti dei modelli ideali, positivi, ottimistici. Perché nessuno ammette che l’ideale dell’uomo buono crolla miseramente al primo confronto con la realtà o la storia? Quand’è che la smetteremo di rappresentare noi stessi invece di essere noi stessi?

Aforismi - 2

È vero, non si può raddrizzare un albero storto. Ma lo si può pur sempre estirpare dal terreno.

Aforismi - 1

Chiunque, per distrazione o per incompetenza, acceleri sia pure di poco la corsa dell’umanità verso la sua fine, è un benefattore.

Le magnifiche sorti e progressive - 9

L’idea razionale del progresso è speculare all’idea inconscia dell’involuzione, della degenerazione. Mentre razionalmente ci illudiamo di progredire, in realtà inconsciamente procediamo alla nostra eliminazione. All’evoluzione conscia corrisponde un’involuzione inconsapevole uguale e contraria.

Le magnifiche sorti e progressive - 8

Che gesto nobile, che animo cavalleresco riconoscere la nostra inferiorità e levarci rispettosamente dai piedi!

Il catastrofico trionfo dell’essere umano. Il suicidio di una parte per il bene del tutto. Meglio di questo scenario, cosa pretendere?

Attraverso la nostra eliminazione, noi rappresenteremo l’universo che corregge i propri errori. Solo così potremo coronare il sogno di uscire dal nostro limitatissimo punto di vista per riconoscere l’esisitenza di un ordine superiore - l’equilibrio o l’armonia dell’universo.

mercoledì 11 aprile 2007

La memoria esterna - 4

Per ricordarci un panorama, un volto o un istante, lo fotografiamo. Per ricordare un numero di telefono lo scriviamo, per ricordare un film lo registriamo. Per archiviare le informazioni abbiamo sostituito la memoria umana con le RAM dei computer, gli hard disk esterni, i DVD, i CD ROM, le flash card, le chiavette usb, i cellulari, i registratori, i masterizzatori.

Invece di godere con tutti i nostri sensi e il nostro spirito di un tramonto, preferiamo cercare l’inquadratura giusta, e lasciare alla fotografia il compito di ricordare. Invece di fonderci con la natura che ci circonda, per cogliere l’unicità di quell’attimo e viverlo pienamente in prima persona, preferiamo regolare la luminosità, montare il cavalletto, aspettare il momento giusto, tenere un occhio aperto e uno chiuso e guardare il mondo attraverso un piccolo buco.

La memoria esterna - 3

La straordinaria intuizione di delegare la memorizzazione della realtà a cose e oggetti diversi da noi stessi, è solo uno dei tanti esempi del nostro talento innato per trovare metodi per nuocerci. Insieme ad altre fondamentali facoltà che ci contraddistinguono come specie, la memoria è stata cacciata fuori di noi, allontanata, espulsa, condannata all’esilio lontano dai nostri confini.

La memoria esterna - 2

Pensateci bene: non è forse vero che quando si parla di memoria, la prima cosa che viene mente è qualche dispositivo elettronico, piuttosto che la facoltà propria degli esseri umani di ricordare?

Tuttalpiù, le sole immagini che ancora conserviamo di sforzo umano legato al ricordare sono quelle di un bambino che è costretto ad imparare parola per parola una poesia, per poi recitarla balbettando di fronte alla classe o alla famiglia riunita. Oppure, la memoria ha un che di vecchio e nostalgico, sa di anziano che ricorda quanto si stava meglio quando si stava peggio. Ecco, l’immagine che abbiamo della memoria oscilla tra questi due poli: una costrizione di cui non si comprende il senso, e il rimpianto di ciò che non può più essere.

Insomma, per la memoria non è un gran risultato. Roba da vecchi e bambini, dunque fuori luogo e inadeguata per un essere evoluto, maturo e adulto. E poi, francamente: Perché ostinarsi in un compito ottuso, perché sforzarsi di ricordare se c’è qualcosa che lo può fare più e meglio di noi?

La memoria esterna - 1

Ricordare è out.
Possiamo essere soddisfatti: la memoria non è più un ingrato compito cui l’umana specie è condannata. Ci siamo definitivamente tolti di mezzo questo ingombrante problema, questa fatica inutile. La memoria non è più cosa nostra, da quando abbiamo inventato tutta una serie di oggetti che ricordano in nostra vece. Ma ci pensate? La memoria non è più una cantilena da ripetere ossessivamente per fissare nella mente ogni singola parola di qualche stupida poesia, ma ha oggi la solida consistenza metallica di un hard disk o le minuscole dimensioni di una flash card.

Le magnifiche sorti e progressive - 7

Questa civiltà di benestanti, obesi, narcotizzati, da troppo tempo non soffre per qualcosa di reale. Siamo assetati di guerra, sangue, rivoluzioni, devastazioni. La pace ci ha nauseato. La parola libertà ha perso qualsiasi significato.

Un semplice punto di vista - 4

Non c’è condanna più severa di dover essere per tutta la vita nient'altro che se stessi. Un’esistenza intera a osservare il mondo dietro lo stesso sguardo, a giudicarlo secondo il medesimo orizzonte, a viverlo secondo le solite abitudini. Avete pensato a quante cose accadono contemporaneamente in questo istante nel mondo e ognuno di noi non può che percepirne un’infima parte? Del fluire e del moltiplicarsi dell’esistenza non cogliamo altro che pochi sprazzi, giusto quello che ci passa sotto gli occhi.

Un semplice punto di vista - 3

Viviamo tutti la stessa imbarazzante situazione di non poter vedere il mondo se non dal nostro punto di vista.
Di tutto il flusso della realtà noi non cogliamo nient’altro che un misero frammento, un pulviscolo. Il mondo siamo noi, e noi siamo il mondo, per noi stessi. Non c’è via di scampo. Possiamo parlare nel modo più astratto, possiamo cercare di avvicinarci quanto più possibile all’obiettività, ma l’obiettività non è nient’altro che una chimera, un’ideale inutile e inapplicabile nella concreta realtà fatta di corpi e sensi che filtrano la realtà esterna. In altri termini: non ci resta che fare i conti esclusivamente con noi stessi. Perché nessun altro protesta? Perché nessuno alza la voce contro questa dittatura di se stessi?

Le magnifiche sorti e progressive - 6

Mettiamo per un attimo da parte i casi eccezionali. Dimentichiamoci i geni, i talenti, gli eroi, i predestinati, gli eletti, i martiri, i santi, (dimenticarcene per un attimo, metterli tra parentesi, non significa negarne l’esistenza). Solleviamo lo sguardo da questa sparuta minoranza, e osserviamoci attorno. La gran parte di noi è forse eroe o santo? È degno di essere definito genio? Il mondo è forse popolato di virtuosi? Pensate mai a quanti miliardi di esseri umani hanno condotto da tempo immemore e continuano a condurre un’esistenza abietta, inutile, priva di senso?

Le magnifiche sorti e progressive - 5

Man mano la vita non si riduce nient’altro che a una serie di opportunità mancate, di porte chiuse, obiettivi non raggiunti, domande senza risposta, viaggi senza destinazione, carte sprecate, conti che non tornano, bilanci truccati, amori non corrrisposti. Rimane in bocca un senso di disgusto e di incredulità sulle ragioni di tutto ciò. Perché creare un essere che prendendo coscienza di sé comprende infine che il suo fine ultimo è la sua fine?

Il pensatore del XXI sec. - 6

Quali abissi da scandagliare? Quali vette da conquistare? Non ci è rimasto più nulla. Gli angoli più luridi e abietti così come i templi più splendidi e imponenti. Abbiamo osservato, catalogato e mappato tutto, non una sola ma più volte, e con strumenti sempre più sofisticati. Se qualcuno nel corso di questo immane sforzo crede di aver trovato qualche risposta si faccia avanti e scagli la prima pietra.

Un semplice punto di vista - 2

Che liberazione potersi liberare di se stessi, fosse anche solo per qualche istante! Ve lo immaginate? Cessano di colpo i nostri flussi di pensiero, i nostri abiti, i meccanismi, le difese, le fantasie, i sensi di colpa, i piaceri così come i dolori, i gusti e i dubbi. Di noi non rimane più nulla, perché d’un tratto siamo diventati un altro: siamo dietro i suoi occhi, pensiamo con la sua testa, muoviamo le sue braccia… ma non c’è via d’uscita, sono sempre e solo io che immagino d’incarnarmi in un altro… Tutto ciò è così sconsolante, riduttivo, limitativo…

Le magnifiche sorti e progressive - 4

Il solo modo di affermarci è negarci. Dichiarare la nostra inadeguatezza, i nostri limiti, il nostro errore, e l’orrore delle nostre esistenze. Noi non siamo semplicemente inutili, siamo nocivi. Siamo un virus che ha infestato il pianeta e ne ha compromesso inesorabilmente l’equilibrio.

Un semplice punto di vista - 1

Signori, io sono stanco del mio personale punto di vista. Non ne posso più. Non mi sopporto più. Non riesco più a tollerare di vedere il mondo nient’altro che attraverso questo paio d'occhi. Non riesco a sopportare il fatto che per tutta la mia esistenza sarò legato solo ed esclusivamente al mio fottutissimo e limitatissimo orizzonte. Per quanto provi a mettermi nei panni di qualcun altro per cercare di comprendere come gli altri pensano e sentano, non faccio per l’appunto che mettermi letteralmente nei panni dell’altro, ma chi pensa, in fondo, anche se sotto mentite spoglie, sono sempre io. Io ovunque, io sempre, ogni maledetto istante della vita! È una condanna, una prigione da cui è impossibile evadere! Perché, all’occorrenza, non è possibile essere un’altra persona? Quanto mi sarebbe di conforto! Abbandonare per un po’ tutta la mia strumentazione per provare quella di un altro…

Le magnifiche sorti e progressive - 3

Progrediamo, gente, progrediamo! Ancora più in fretta! Che stupido che sono, dannato stupido! Ho sempre creduto di vivere nella peggiore tra tutte le società mai succedutesi sulla faccia della terra, mentre invece siamo proprio noi, noi tutti, i protagonisti di questo sforzo immane, questa accelerazione inaudita verso la fine! Solo noi abbiamo compreso tutto! Noi siamo la punta dell’iceberg, l’anello conclusivo dell’evoluzione: saremo noi a schiacciare il bottone! Noi riscatteremo il senso dell’esistenza dell’intera umanità, sacrificandoci per un bene più grande, la nostra assenza.

Le magnifiche sorti e progressive - 2

Ecco, questo mi sembrerebbe degno dell’umana compagnia con cui attualmente condivido questa fantastica esperienza: una volta riconosciuta la nostra dannosità, provvedere nel più breve tempo possibile a sbarazzarci di noi stessi.

Le magnifiche sorti e progressive - 1

Il processo evolutivo dell’uomo ha quale obiettivo ultimo la sua eliminazione. Una società è tanto più progredita quanto più rappresenta una minaccia per l’intera specie. E il progresso non è nient’altro che elaborare nuovi, sottili, perversi, complessi, affascinanti modi di distruggerci.

Il pensatore del XXI sec. - 5

Certo forse potrebbe essere di conforto un pensiero del genere: se è vero che partendo da un diverso contesto, un differente periodo storico, diverse culture e condizioni economiche sono arrivato – per fare solo un esempio - più o meno alle medesime conclusioni di Dostoevskij, allora forse si può ipotizzare che alcune verità (mi viene un brivido solo a nominare il termine) abbiano davvero carattere universale, che siano atemporali e indipendenti dai contesti. E se penso che buona parte della mia pseudofilosofia ha molti tratti in comune con il pensiero non solo di Dostoevskij ma di Socrate, Platone, Epitteto, Marco Aurelio, Cioran, Leopardi, Sun Pin, Qohelet, Merleau-Ponty, Nietzsche, della Bibbia e dei Vangeli (e chi ne ha più ne metta), beh, l’ipotesi che sembrino esistere delle linee di pensiero e di condotta eterne e trasversali a qualsivoglia filosofia, teologia o visione del mondo sembra assumere ancora più consistenza.
Si potrebbe così arrivare a ipotizzare che esistano non i pensatori ma le idee, e che queste idee esistano indipendentemente da chi le pensa.
Già. Ma la mia, come quella di Dostoevskij o di Leopardi, è solo una delle molteplici visioni del mondo. E così come la mia visione del mondo ha diversi punti di contatto con quella di altri, allo stesso modo la visione del mondo di un’altra persona potrebbe avere molti elementi in comune con altrettanti pensatori che hanno della realtà una visione completamente diversa e alternativa rispetto alla mia e a quella dei pensatori a cui faccio riferimento. E quest’altra persona, come faccio io, potrebbe ipotizzare di aver trovato quelle verità universali e atemporali di cui si parlava sopra. E allora come la mettiamo? Esistono due verità? O invece una delle due verità è più vera dell’altra? E ancora: come è possibile dimostrarlo, visto che la realtà mostra tutto e il contrario di tutto?

Il pensatore del XXI sec. - 4

(Non per niente siamo l’epoca del vintage. Della riscoperta. Della rivalutazione. Già, poiché a quanto pare non siamo capaci di inventare nulla di nuovo, non facciamo altro che guardarci alle spalle per andare a pescare, nell’infinito calderone della Storia, qualcosa da riproporre. Siamo schiacciati, oppressi dal passato, dalla tradizione. )

Il pensatore del XXI sec. - 3

Ma il problema diventa particolarmente drammatico per le persone intelligenti del XXI secolo. Prendete un greco, per esempio, diciamo Aristotele. È possibile che Aristotele non fosse pienamente consapevole della posizione da lui occupata nello sviluppo del genere umano. È probabile che pensasse che certe domande se le fosse già poste qualcuno prima di lui, ma diciamola tutta, non avrebbe trovato poi così tanto materiale sull’argomento. Insomma il lungo processo meditativo del genere umano era - se così si può dire - agli albori, e possiamo immaginare Aristotele scrivere su una sorta di tabula rasa del sapere (o se qualcosa c’era scritto si trattava tuttalpiù di qualche scarabocchio, nessuna frase compiuta). Ma mettetevi nei panni di una persona intelligente del XXI secolo: non può permettersi di dire o pensare nulla. Tutto è già stato pensato, in mille diversi modi e lingue. La tabula rasa di Aristotele si è trasformata nell’immensa biblioteca di Borges dove nessuno, giustamente, scrive, perché tutto è già stato scritto, e questo tutto è praticamente indecifrabile. Un uomo del XXI secolo non può far altro che scoraggiarsi di fronte al già detto, al già scritto, al già letto. Non sappiamo più cosa inventarci, forse perché tutto l’inventabile è stato inventato.
Già, perché sebbene si siano moltiplicate le discipline e le specializzazioni, sebbene si siano aperti nuovi campi del sapere, sebbene le ricerche siano più approfondite, gli strumenti si siano fatti più precisi e via discorrendo, a quanto pare da millenni non facciamo altro che arrovellarci sugli stessi, dannati argomenti.

Il pensatore del XXI sec. - 2

Già, perché indipendentemente dalle epoche, dai contesti, dai costumi e dalle leggi, indipendentemente dalle latitudini e dalle lingue, le domande su cui si arrovellano fin dalla sua nascita le menti più illuminate del genere umano sono sempre, irrimediabilmente le stesse. E sempre le medesime sono le risposte, in questo senso: nessuno ha mai potuto dare una risposta certa, definitiva, inattaccabile. Ogni visione del mondo che fino ad oggi è stata elaborata è stata immancabilmente smontata da un’altra. La nuova visione, sicura di sé, si illude di poter finalmente spiegare tutto, di dare ad ogni domanda l’appropriata risposta, ma proprio quando si ha ormai non solo più la speranza ma una fondata certezza che questa visione sia effettivamente quella definitiva, ecco spuntare una visione del mondo alternativa, che pur partendo dalle stesse domande – o formulando sullo stesso tema domande diverse – arriva a conclusioni spesso opposte, che fanno piazza pulita della visione precedente, ormai ridottasi a mero punto di vista sul mondo, un punto di vista miope, parziale, limitato. E così via all’infinito.

Il pensatore del XXI sec. - 1

Cosa stiamo a fare al mondo, noi persone intelligenti e dunque inette del XXI secolo? A cosa possiamo pensare? Fatevi venire in mente qualunque idea, anche la più strampalata: scoprirete che qualcun altro, in qualche dannata epoca, l’aveva già elaborata prima di voi; non solo: lui l’aveva anche espressa meglio.
Perché, a voi non è mai capitato? Un bel giorno, in seguito a ore e ore di inerzia meditativa, venite folgorati da un’idea: improvvisamente tutte le premesse, le ipotesi, le contraddizioni, gli argomenti che avete accumulato sfociano in una chiara, limpida, luminosa, inevitabile conclusione. Quasi quasi non ci potete credere: tutto quel guazzabuglio, quella broda di pseudopensieri assume la perfezione e la bellezza di un’idea. Allora provate a riformularla, per verificare se è tutto vero o se è solo frutto della vostra morbosa fantasia: ripartite dalla premesse, demolite gli argomenti contrari, e arrivate nuovamente alla stessa conclusione. Allora è tutto vero! Avete chiuso il cerchio e state in contemplazione, rapiti.
Ma immancabilmente non passa qualche giorno – spesso bastano poche ore, a volte sono necessari anni – che leggendo un libro, un saggio, un articolo, guardando un programma in televisione scoprite che proprio quella stessa idea, che vi era costata ore e ore di elucubrazioni, di riflessioni, di solitudine e sofferenza, era già stata pensata da un vostro illustre o sconosciuto antenato, due, otto, quindi secoli fa o l’altro ieri. Non ci potete credere, eppure è proprio così: la vostra purissima, luminosissima idea non è affatto originale, non è la vostra idea, è l’idea di qualcun altro che ha pensato esattamente le stesse cose ben prima che lo faceste voi.
Credete stia esagerando? Allora vi sfido: fatevi venire in mente un qualunque argomento che non sia mai stato affrontato da altri prima di voi. Non ponete freni alla vostra fantasia. Non deve essere per forza intelligente, anzi, meglio ancora se pensate a qualcosa di stupido, impossibile, paradossale, contraddittorio. Avete pensato? Perfetto. Non mi interessa conoscere le risposte, vi posso solo assicurare che a qualunque cosa abbiate pensato, troverete – se solo vi voltate un attimo e vi guardate alle spalle o al vostro fianco - tonnellate di materiale sul tema: di nuovo libri, saggi, racconti, pensieri, opere d’arte, articoli, lezioni, programmi, film, canzoni, e chi più ne ha più ne metta. Ma non solo. Scoprirete anche che di quel determinato argomento - che voi avete indicato quasi per scherzo, per sfida, per prendervi beffa di me e delle mie stupide domande - esiste al mondo un esperto, l’esperto, che proprio di quel dannatissimo argomento sa tutto, avendogli dedicato l’intera vita. E se questo specialista non è vivo e vegeto, non temete, basterà fare qualche ricerca per trovarlo in qualche epoca passata.