mercoledì 27 giugno 2007

lunedì 25 giugno 2007

Dialogo tra Platone e Dostoevskij - cap. 1

Platone: Non è un bel vedere.
Dostoevskij: A cosa ti riferisci?
Platone: A quello che abbiamo davanti agli occhi, Fedor, la Terra. Da qui il panorama mette i brividi.
Dostoevskij: Dici?
Platone: Osserva tu stesso. Ebbene?
Dostoevskij: Non ci trovo nulla di disgustoso. Mi sembra tutto terribilmente normale.
Platone: dimenticavo il tuo sano cinismo. Evidentemente non ti interessa il destino del genere umano.
Dostoevskij: Sai bene che i cinici erano altri, Platone. Piuttosto, dimmi, cosa vedi che non vedo io?
Platone: A dirti il vero è difficile distinguere qualcosa di preciso in tale confusione. Posso confessarti una cosa? Mentre stavo per arrivare qui la prima volta pensavo tra me e me alla vista che entro breve mi si sarebbe offerta allo sguardo. Da questa posizione privilegiata come si sarebbe presentata la Terra? Vista così, da lontano, che cosa vi avrei scorto? Immaginavo di vedere gli uomini come formiche muoversi sulla sua superficie, fantasticavo su grandi masse di esseri umani organizzati in gruppi ordinati, ciascuno col proprio compito e tutti nella stessa direzione. Immaginavo flussi ordinati e costanti, immaginavo formicai sempre più grandi, semplici e funzionali…
Dostoevskij: … e poi finalmente sei arrivato qui.
Platone: Già. Un eterno caos, dal primo istante in cui i miei occhi hanno puntato in quella direzione. Ma ti dirò di più: se ci si limita a guardare distrattamente, se si butta l’occhio, può sembrare che effettivamente un ordine ci sia. Prendi quell’uomo di fronte a noi: ha voltato per un attimo la testa e ha guardato la terra. Pensi abbia avuto una cattiva impressione o che, al pari di me, abbia provato disgusto? Niente di tutto ciò. Osservalo: non ha fatto una piega, non si è scomposto. Ma se invece fai come me e ti siedi qui ore e ore e osservi, e se resti qui un giorno, poi un altro, e un altro ancora, la vista si fa più acuta fino a quando non si può far altro che constatare che l’ordine è soltanto apparente, e a ben vedere regna il caos.
Dostoevskij: Ah davvero?
Platone: Non mi credi, Fedor? Allora se me lo permetti, per spiegarti meglio ciò che osservo, prenderò ad esempio i sorprendenti risultati ottenuti nel corso di recenti esperimenti di fisica quantistica. Cercherò di semplificare al massimo, perché la mia competenza in questo campo è alquanto limitata.
Dostoevskij: Prosegui, Platone. Cosa c’è di meglio che dialogare con una persona intelligente?
Platone: Bene. Spero che i fisici perdonino la mia semplificazione. Prendiamo ad esempio un cannone che spara un proiettile con l’obiettivo di colpire un bersaglio. Ora, se noi prendiamo in considerazione il proiettile, è possibile calcolarne in ogni istante la velocità e la posizione. Mi segui?
Dostoevskij: Fin qui tutto chiaro.
Platone: Se invece considerariamo la palla di cannone non come unità ma come un insieme di particelle infinitamente piccole, e proviamo a determinare la posizione di una delle particelle e la velocità alla quale si sta muovendo insieme a tutte le altre, ci troviamo di fronte a un fatto quantomeno sconcertante, è cioè che della suddetta infinitesimale particella non è possibile stabilire né la posizione precisa, tantomeno la velocità alla quale si muove: è il cosiddetto principio di indeterminazione. Pensa un po’, Fedor: il proiettile si muove in una direzione specifica, misurabile, replicabile, segue cioè una traiettoria in uno spazio e per un certo tempo; le particelle, invece, prese una ad una, come dire, vanno per proprio conto, o meglio, hanno una posizione in potenza, come direbbe il buon Aristotele, ma non in atto.
Dostoevskij: Curioso.
Platone: Vero? Anch’io lo trovo curioso! E credo anche tu abbia intuito dove voglio arrivare. Quella del proiettile e delle particelle mi sembra una discreta metafora per provare a spiegare ciò che vedo laggiù sulla terra: può sembrare che il genere umano nel suo complesso segua una precisa e determinata direzione, ma se poi andiamo ad analizzare la posizione dei singoli individui, se prendiamo gli uomini uno ad uno, scopriamo che la loro collocazione è indeterminabile. Ognuno si muove per conto proprio, senza preoccuparsi di coordinarsi con l’altro. Ecco cosa intendevo per caos. Ma giunti a questo punto della riflessione mi chiedo: com’è possibile che nonostante il fatto che ognuno vada a briglia sciolta, per conto proprio, ignorando la direzione degli altri, preso nel complesso il genere umano segue in ogni caso una direzione? Non lo trovi un paradosso sconcertante?
Dostoevskij: Non voglio deluderti, Platone, ma di nuovo non vi vedo nulla di sorprendente. Al di là di questo, che sia un argomento di estremo interesse non c’è dubbio. E sai, il fatto curioso è che l’esempio della fisica quantistica viene utile anche a me per illustrarti ciò che penso e provare a risponderti. Allo stesso modo del proiettile, infatti, che nel medesimo instante è singola unità e somma di particelle, io mi azzardo a ipotizzare che in ogni istante l’essere umano vive due vite contemporaneamente. In una delle due egli è solo - ed è quindi particella - nell’altra è parte di una collettività - dunque proiettile. Per quanto riguarda l’essere umano diciamo così come proiettile, se me lo permetti vorrei porre alla base del discorso proprio alcune delle riflessioni su cui fa perno la Repubblica, perché nessuno, prima e dopo di te ha saputo spiegare questo concetto in modo migliore. L’umanità, affermi, non è nient’altro che lo specchio dell’uomo, così come il singolo è specchio dell’umanità, in quanto si pone come costituzione di un rapporto, ossia come politeia, cioè come bene e giustizia. E dunque, se l’esserci dell’uomo sta nella sua tensione a saper pensare, a realizzare la propria essenzialità, nel sapere ciascuno la propria funzione, nel sapere ciascuno suonare bene la propria parte, in una partitura, in relazione a una sinfonia, allora significa che principio e fine, bene e giustizia coincidono nel sapere; e l’essenza dell’umanità non data, ma in fieri, è quella di essere sinfonia, politeia.
Platone: I miei complimenti, Fedor, io stesso non avrei potuto esprimermi più efficacemente.
Dostoevskij: Mi fa piacere. Ma andiamo avanti. L’essere umano in quanto proiettile è dunque parte di un tutto, e in quanto parte di un insieme vive in funzione degli altri, condividendo con essi lo stesso obiettivo e la medesima visione del mondo. L’essere umano in quanto collettività instaura relazioni, coopera, unisce le forze per il raggiungimento di un obiettivo condiviso. L’essere umano in quanto collettività è consapevole dell’esistenza e della necessità di leggi che regolano i rapporti tra gli individui, poiché senza un insieme di divieti e prescrizioni regnerebbero il caos, il disordine, l’anarchia. L’essere umano come collettività, inoltre, ha ben chiaro di essere letteralmente frutto di una relazione, un incontro, un’unione. È cosciente del fatto che l’intera sua vita si svolge a stretto contatto con gli altri, e che l’isolamento assoluto è impossibile. Soprattutto si rende conto che l’unione, l’altro, sono indispensabili per un fatto estremamente semplice: un uomo, da solo, non può riprodursi. Senza rapporti, la specie umana cesserebbe di esistere in un batter d’ali. In fondo, mio caro Platone, come spiega il Grande Inquisitore a Cristo, quello di un inconfutabile, comune e armonioso formicaio – proprio quello che tu stesso immaginavi mentre venivi qui – non è nient’altro che il supremo desiderio dell’uomo sulla terra, e l’umanità nel suo complesso ha sempre mirato a organizzarsi in uno stato che fosse necessariamente universale.
Platone: Infatti. Un’efficace descrizione del proiettile. A questo punto non ti rimane che parlare della singola particella.
Dostoevskij: Ci arrivo subito. Ti prego di ricordare che l’assunto di partenza è che l’essere umano viva queste due vite contemporaneamente, nello stesso instante.
Platone: Non l’ho dimenticato, Fedor, prosegui pure.
Dostoevskij: Bene. Proprio in quanto particella e in quanto individuo, l’essere umano è solo di fronte alla vita, ed essendo egli stesso il solo e unico responsabile della propria esistenza tende all’autodeterminazione, alla realizzazione di sé, alla rivendicazione dei propri esclusivi diritti. In quanto individuo l’essere umano reclama autonomia di pensiero e libertà di parola. L’essere umano in quanto individuo non dipende da nessuno. È autosufficiente. Non ha bisogno di alcun consiglio o sostegno. In quanto individuo, l’essere umano si oppone a tutti gli altri esseri umani. Si oppone a tutto e non può non essere ribelle. Ogni essere umano in quanto individuo percorre una strada propria, e non incontra nessuno sul proprio cammino. L’essere umano in quanto individuo non tollera altra legge se non la propria, e parla una lingua che solo egli stesso può comprendere. Non comunica all’esterno, ma solo con se stesso. Ha uno sguardo che abbraccia il mondo intero, non essendoci un altro punto di vista che gli si oppone. Non instaura relazioni con altri individui, ma semplici contatti. Per l’essere umano in quanto individuo l’egoismo è un’idea inconcepibile, assurda, perché esiste solo per se stesso. L’essere umano in quanto individuo tende all’autodistruzione.
Il singolo – in altre parole la nostra particella - è inoltre perfettamente cosciente del fatto che in ogni istante della vita sarà irrimediabilmente solo. Sarà solo quando dovrà affrontare problemi o prendere decisioni, rischiare o arrendersi, scommettere o scappare. L’individuo, infatti, sa perfettamente che nessuno mai gli presterà un paio d’occhi per guardare cose che non vorrebbe guardare, così come nessuno lo sostituirà quando si troverà ad affrontare una terribile decisione o un grande dolore, né sarà qualcun altro fornirgli le parole quando non saprà cosa dire. Nonostante sia circondato da altri individui, dunque, sa benissimo che questi altri non potranno mai fare nulla per lui, proprio perché sono altro da sé, anch’essi confinati nel loro irrimediabile isolamento. L’essere umano come singolo ha la consapevolezza che non potrà guardare e affrontare il mondo se non con i suoi occhi, con le sue azioni.
Il succo della faccenda, Platone, sta tutto qui: che mentre l’essere umano come particella non vuole essere un tasto di pianoforte, l’essere umano in quanto proiettile non aspira altro che a quello. Ecco, nello stesso istante e in ogni circostanza della vita l’uomo è nello stesso momento particella e proiettile strumento e orchestra, tasto e pianoforte.
Platone: un tasto di pianoforte…
Dostoevskij: Già, Platone, le persone rimangono sempre persone, e non tasti di pianoforte su cui le leggi della natura, di Dio o della Repubblica possano suonare di propria mano. Ma diciamo di più: anche nel caso in cui si dimostrasse effettivamente un tasto di pianoforte, se ciò venisse un giorno dimostrato con le scienze e la matematica, allora anche in questo caso l’uomo non si ravvederebbe, ma farebbe di proposito qualcosa al contrario, unicamente per ingratitudine; insomma per fare di testa propria. E nel caso in cui non avrà mezzi, si inventerà il disordine e il caos, solo ed esclusivamente per affermare che è un uomo e non un tasto di pianoforte. In fondo tutta la questione umana consiste in effetti solo in questo, che l’uomo dimostri ogni minuto a se stesso che è ingranaggio essenziale di un motore, e allo stesso tempo tutt’altro che un misero pistoncino.

mercoledì 20 giugno 2007

Aforismi - 6

Non ci uccidiamo l’un l’altro perché ci siamo reciprocamente necessari.
Ci uccidiamo reciprocamente perché l’altro è superfluo.

martedì 19 giugno 2007

Sulla morte di Antinoo

A proposito dell’insospettabile rilevanza di una nota a piè pagina.

Fedele al costume di Racine il quale, nella prefazione delle tragedie, enumera accuratamente le fonti, la scrittrice Marguerite de Crayencour – anagrammatasi Yourcenar, francese di padre e belga di madre - chiude l’edizione italiana delle Memorie di Adriano con una Nota di 12 pagine (da pag. 305 a pag. 317), in cui fornisce un’accurata documentazione dei testi su cui si è basata per ricostruire la vita dell’imperatore Elio Adriano.
A una seconda e ben più sintetica nota - questa a volta a piè pagina 312 della Nota di cui sopra - è invece affidata una non meno rilevante considerazione: ‘Non si denuncerà mai abbastanza il fatto’ – scrive la de Crayencour – ‘che libri rari, esauriti, trovabili soltanto sugli scaffali di qualche biblioteca, o articoli pubblicati su vecchi numeri di riviste di alta cultura, per l’immensa maggioranza del pubblico sono totalmente inaccessibili. Novantanove volte su cento, il lettore desideroso di apprendere, ma privo di tempo e privo delle poche nozioni tecniche familiari all’erudito di professione, resta – volente o nolente – alla mercè di opere divulgative, scelte più o meno a caso; di queste, a loro volta, le più pregevoli, non sempre ristampate, diventano introvabili. Quella che noi chiamiamo la nostra cultura è più di quel che si creda una cultura per iniziati.’
Se per un verso, dunque, la Yourcenar tiene a dichiarare al lettore di aver costruito la narrazione basandosi su fonti storiche - tanto da indicare, ancora nella Nota, ‘alcuni tra i luoghi, non molto frequenti, nei quali si è aggiunto qualche cosa alla storia o la si è cautamente modificata’ – per l’altro la stessa autrice non si esime dal giudicare la reperibilità delle fonti stesse – in altre parole le prove che attestano la veridicità del racconto – una questione ‘per iniziati’.
Ho detto quasi sempre la verità, sembra dire tra le righe la de Crayencourt, e questa verità si fonda su una precisione filologica che non esito a mettere nero su bianco. Ma se voi, normali lettori, provate a ricostruire i fatti, novantanove volte su cento non giungerete a nulla perché la cultura è distante, arroccata in una turris eburnea accessibile solo a quei pochissimi eruditi di professione che sanno penetrarne i misteri. Perché, in conclusione, arrischiarsi in un’impresa che ha tutti presupposti per fallire se c’è qualcuno – io, Marguerite - che l’ha già affrontata e superata? Le Note da me vergate placano la sete di curiosità di una moltitudine di infelici, normali lettori alla disperata ricerca di inaccessibili fonti.

Alla rigorosa filologica dell’autrice non si sottrae nemmeno uno degli episodi centrali del romanzo: la morte di Antinoo, il giovane amante dell’imperatore misteriosamente deceduto a soli vent’anni. All’episodio sono infatti dedicate alcune righe tra le pagine 313 e 314: ‘Per le circostanze, così oscure, della morte di Antinoo, vedi W. Weber, Drei Untersuchungen zur aegyptisch-griechischen Religion, Heidelberg 1911 (…)’
Ma anche in questa circostanza l’informazione confonde le idee invece che chiarirle. Perché se da un lato l’autrice lascia l’episodio nell’oscurità, il protagonista del racconto a cui essa stessa dà voce, Elio Adriano, ha sull’argomento idee molto più chiare. Per essere più precisi, mentre la morte di Antinoo viene descritta tra la fine di pag 186 e l’inizio di pag 187, Adriano ne anticipa la sua lettura diverse volte. A pagina 163, per esempio, quando scrive ‘mi dico che il suicidio non è poi così raro, che è un fatto abbastanza comune morire a vent’anni’, o ancora, dieci pagine più avanti, quando sostiene che ‘un essere che aveva orrore della decadenza fisica, della vecchiaia, da tempo aveva dovuto ripromettersi di suicidarsi al primo indizio di quella decadenza, o anche molto prima’.
La soluzione estrema scelta da Antinoo – il suicidio – sembra dunque, secondo Adriano, non il risultato di una improvvisa illuminazione o di un raptus. Stando al suo racconto è piuttosto una lenta presa di coscienza che si rafforza nel breve arco della sua esistenza in coincidenza di determinati avvenimenti. Narra ancora a tal proposito Adriano: ‘pochi giorni prima di partire da Antiochia, mi recai, come in altri tempi, a sacrificare in vetta al monte cassio. L’ascensione fu fatta di notte. (…) Un temporale, previsto da tempo da Ermogene, che si intende di meteorologia, si scatenò a un centinaio di passi dalla cima. (…) L’esigua compagnia si affrettò attorno all’altare disposto per il sacrificio. Questo stava per compiersi allorchè un fulmine, balenando su di noi, uccise d’un colpo solo il vittimario e la vittima. (…) Antinoo, aggrappato al mio braccio, non tremava già di terrore come credetti allora, ma percorso da un’idea che compresi più tardi. (…) La folgore del monte cassio gl’indicava una soluzione: la morte poteva diventare una forma estrema di devozione, l’ultimo dono, il solo che sarebbe rimasto’.

Di fronte a tali affermazioni un lettore attento non può fare a meno di notare lo scarto tra la versione – o meglio la non-versione – fornita dall’autrice (la quale, lo ribadiamo, definisce così oscure le circostanze della morte di Antinoo proprio perché non trova alcuna fonte che getti luce su quest’episodio centrale della vita dell’imperatore) e la ricostruzione fornita dal diretto interessato, Adriano stesso.
Che quelle oscure circostanze - trasformatesi nelle parole di Adriano in suicidio – segnalino proprio uno dei rari luoghi in cui l’autrice ha aggiunto o modificato qualcosa alla storia? In altri termini, Adriano dice il vero? Antinoo si è davvero tolto la vita?
La tesi della morte volontaria, esplicitamente sostenuta dall’imperatore, entra però in conflitto con altre sue affermazioni. A ben guardare, infatti, la fitta trama del romanzo sembra rivelare, in più di un punto, diverse smagliature. Dalla narrazione emerge infatti chiaramente il fatto che è Adriano, col passare del tempo, a stancarsi di Antinoo: ‘il mio pastorello (…) non era più il fanciullo zelante che, alle soste, si gettava da cavallo per offrirmi l’acqua delle sorgenti attinta nel cavo delle sue palme; ora il donatore conosceva il valore immenso dei suoi doni.’ È nella vita di Adriano, e non in quella del suo compagno, che ricompare la passione per i profumi, la ricercatezza, il lusso freddo della acconciature. È Adriano che riprende a frequentare giovani amanti. È Adriano che, nel corso di una notte trascorsa a Smirne, costringe il suo amato a subire la presenza di una cortigiana. È Adriano che per primo sente il peso dell’amore, ‘come quello d’un braccio teneramente posato sul petto che a poco a poco si rende pesante’. È ancora Adriano a confessare che ‘l’assuefazione avrebbe condotto il loro rapporto a una fine senza gloria, ma ma anche senza disastri, che la vita procura a tutti coloro che non le ricusano il lene logorio del tempo’. È sempre Adriano, e non Antinoo, a sentire ‘il bisogno di ferire quella tenerezza ombrosa, che rischiava di costituire un impaccio nella mia vita’. È infine Adriano a percuotere Antinoo, e non il contrario.

‘Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale dobbiamo chiamarlo, a proporzioni esatte’, afferma sorprendentemente, in una sorta di involontaria e inconsapevole rivelazione, Adriano. Ed è ciò che con i pochi mezzi messi a disposizione dall’autrice stiamo cercando di fare anche noi.
Ma se mai vi chiederete, di fronte a una delle innumerevoli statue del giovinetto di Bitinia volute dall’imperatore, perché gli scultori abbiano attribuito a quella giovane e bella bocca una tale piega amara, pensate al gesto di un amante, che dichiarandosi responsabile della bellezza del mondo, interrompe la vita dell’amato per sottrarla all’inesorabile corruttibilità del tempo e fissarla per sempre nella sua forma ideale.

giovedì 14 giugno 2007

Dialogo tra Dio e Glenn Gould

ANGELO DI DIO: Glenn Gould, accusato di superbia, tracotanza, sovversione.

DIO: niente male per un pianista. Un curriculum di tutto rispetto.
GLENN: nulla che mi sorprenda. Tanti, per più di un motivo, avrebbe voluto mandarmi all’inferno, ma non ho mai preso la cosa troppo sul serio. Detto ciò, data la circostanza, sarei curioso di sapere chi mi accusa.
DIO: non ci vuole un genio per capirlo. Possibile che tu, Glenn Gould, non ti sia fatto nemmeno una vaga idea?
GLENN: stiamo forse parlando di Mozart? Si è risentito perché ho dichiarato che è morto troppo tardi invece che troppo presto?
DIO: sbagliato. Anche se, francamente, Wolfgang avrebbe tutti i diritti di vederti dannare per l’eternità.
GLENN: non crede, Signore, sia lui a meritare di ardere eternamente tra le fiamme? Molta musica mediocre che infesta il mondo è causa sua.
DIO: grazie per il suggerimento, Glenn, ma ho avuto modo di esprimermi su Wolfgang a suo tempo. So come la pensi, siamo qui anche per questo, e avrai modo di illustrare tra breve il tuo punto di vista. Ma tagliamo corto. Non è stato Mozart ad accusarti, Glenn, ma Dio, ovviamente. Io stesso, uno e trino.
GLENN: onorato, Signore.
DIO: onorato? Il giudizio divino è forse un privilegio riservato a personalità di rilievo? Non illuderti, Glenn: si tratta di una prassi comune nella burocrazia dell’aldilà. E ora che sai che sono io stesso ad accusarti, non ti viene voglia di dire qualcosa in tua difesa?
GLENN: niente affatto, perché all’impianto accusatorio manca ancora un tassello fondamentale: le prove.
DIO: le prove, giusto. Sarai tu stesso a fornirmele. Ecco, ascolta.
GLENN: una tortura degna dell’inquisizione. Sono io. Io che suono quel maledetto austriaco.
DIO: infatti. 7 gennaio 1968. Incidi per la prima volta la Sonata per pianoforte in la maggiore K 331 presso gli studi della Columbia. Ed ecco cosa ne viene fuori.
GLENN: la definirei un’interpretazione poco ortodossa.
DIO. ben detto. Poco ortodossa. Prendiamo il tema, ad esempio.
GLENN: ho esposto più volte il mio punto di vista sull’argomento. Nell’affrontare lo sviluppo del tema iniziale mi sono servito di una sorta di versione capovolta della mia teoria della modularità. La melodia fin troppo nota della k 331 è stata in altre parole sottoposta a un’analisi weberniana, che ha isolato l’uno dall’altro gli elementi fondamentali e indebolito, di conseguenza, la continuità del tema.
DIO: geniale, davvero. E tutto ciò – mi preme sottolinearlo – in barba alle precise indicazioni fornite da Wolfgang. Perché – correggimi se sbaglio – lo spartito parla di un andante grazioso che giunge ad un adagio nel quinto movimento.
GLENN: esatto. Io ho invece optato la soluzione opposta, quella dell’accelerazione progressiva, con il risultato che è l’adagio a farsi andante. È solo grazie a questa inversione che il succedersi delle variazioni perde il suo carattere decorativo e ornamentale.
DIO: decorativo e ornamentale, certo. Devo ammetterlo, Glenn, la tua limpida esposizione mi affascina. Potrei stare ore a sentirti discettare di teoria della modulazione, ma non è questa la sede. Mettiamo per un momento da parte Wolfgang e dedichiamo la nostra attenzione a un’altra delle tue storiche incisioni: 18 ottobre 1967, 30th Street Studio, New York City. L’Appassionata di Beethoven.
GLENN: siamo già all’inferno? Perché queste note sono un tormento premeditato.
DIO: davvero? Anche a me trasmettono la stessa sensazione quando le ascolto.
GLENN: sono lieto di sapere che condivide almeno la mia repulsione per Beethoven.
DIO: Ludwig non c’entra nulla, Glenn. Mi riferivo alla tua interpretazione. Ma dimmi, a proposito: cos’è che non va nell’Appassionata per sentirti autorizzato a fare di un esordio Allegro assai della partitura originale il tuo Lentissimo?
GLENN: la sua ostinatezza tematica. Sembra che nell’Appassionata Beethoven si diverta a edificare imponenti strutture melodiche partendo da un materiale che in mani meno abili non sarebbe bastato per un’introduzione di sedici battute. Per non parlare poi dei temi stessi: di dubbio interesse alcuni, grossolanamente rudimentali altri. Mi chiedo se ci voleva un Beethoven, per inventarli.
DIO: ci vuole una bella faccia tosta a definire rudimentali i temi dell’Appassionata. Eppure non credo che l’intera produzione dell’ultimo Beethoven si possa definire tale.
GLENN: no di certo. Preferisco definirla sopravvalutata. Sulle Sonate e i Quartetti, per esempio, sono state scritte più stupidaggini di qualsiasi altra letteratura paragonabile: Beethoven spirito indomabile che ha trasceso il mondo, Beethoven mistico visionario, Beethoven realista, anche. Sarà. Io penso invece che Beethoven si sia preoccupato troppo spesso di essere Beethoven, e gran parte della sua produzione è gravata da un’ampollosità egoistica, un atteggiamento provocatorio e belligerante.
DIO: e tu, basandoti su questi presupposti, hai pensato bene di fare delle interpretazioni delle sonate di Beethoven degli atti di sabotaggio premeditati: la folle velocità del primo movimento dell’op. 111 invece di un poco ritenente, il Finale dell’op. 109 tutt’altro che cantabile…
GLENN: sabotaggi? Chiamiamoli cambiamenti, frutto non di eccentricità ma di un’attenta lettura delle partiture originali. Non saranno tra le mie interpretazioni più convincenti, ma senza dubbio sono le più convinte.
DIO: sono convinto anch’io, Glenn. Convinto di aver aggiunto un altro tassello al mio atto d’accusa. Ho un tale desiderio di chiudere il cerchio e proporti la mia versione dei fatti che rinuncio a farti ascoltare il terzo brano, per passare direttamente all’ultimo.
GLENN: Dio sia lodato.
DIO: hai poco da scherzare, perché sulle Variazioni Goldberg mi avresti dato filo da torcere.
GLENN: al diavolo. Perso Bach, mi domando cosa mi riservi l’epilogo.
DIO: ascolta e rispondi tu stesso.
GLENN: Hindemith?!
DIO: già.
GLENN: non me l’aspettavo.
DIO: nessuno se l’aspettava.
GLENN: cosa?
DIO: ora ci arriviamo. Raccontami com’è andata. Quando vengono pubblicate per la prima volta le tue tre sonate di Hindemith?
GLENN: nel ‘73.
DIO: esatto. Hindemith, se non sbaglio, le compone negli anni Trenta, ma vengono ignorate per più di quarant’anni. Ipotizziamo che fino al ‘45 il nostro possa essere stato, diciamo così, messo da parte per motivi politici. Ciò non spiega il silenzio fino ai primi anni Settanta. O meglio, chiunque dedurrebbe che il silenzio ha ragioni squisitamente musicali. Ma il silenzio, incredibilemente, un giorno si rompe. Il giorno in cui Glenn Gould decide di incidere non una, ma tre delle sue sonate per pianoforte. E succede l’impensabile: dal giorno alla notte quello che tutti ritenevano un compositore da quattro soldi entra nell’Olimpo della musica. Avanti, Glenn, è ora che tu mi dia l’ultima lezione. Spiegami Hindemith.
GLENN: molto semplice: basta sgombrare il campo da alcuni clichés che hanno infarcito i commenti alle sue opere e si scopre un compositore di talento che ha incarnato il dilemma stilistico fin de siecle, ambiguamente vicino sia al pragmatismo germanico sia all’idealismo tedesco. Con ciò non voglio diire che l’intera produzione di Hindemith sia entusiasmante, ma nella mia personale graduatoria dei compositori Hindemith si pone, per esempio, sul versante opposto di Beethoven.
DIO: quale versante, scusa?
GLENN: quello della serenità. Tanto Beethoven era irruento e bellicoso quanto Hindemith ha rappresentato una fusione di calcolo e estasi.
DIO: d’accordo, d’accordo. Non mi sembra il caso di spingerci oltre. Anche perché ascoltarti è imbarazzante. Ogni volta che concludi un ragionamento non faccio altro che chiedermi: possibile che fino ad ora tutti si siano sbagliati e solo tu abbia visto giusto? Possibile che siamo tutti deficienti e tu l’unico furbo? Perché se domandi a chiunque possieda nel proprio bagaglio culturale la nozione di musica classica chi sono Mozart e Beethoven, un coro unanime di voci risponderà che sono due tra i più geniali compositori dell’umana specie. Certo, ognuno avrà le sue preferenze, ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l’autorità dei due maestri. Ma quando tocca a Glenn Gould affrontarli, ne viene fuori uno scontro. La tua avversione alla loro musica, alla loro figura, al loro successo è inversamente proporzionale alla loro grandezza e genialità. L’esempio del tuo rapporto con Mozart calza a pennello. I motivi del tuo odio non dipendono da una diversa concezione della musica. Il fatto è che hai letto sufficiente materiale per farti una precisa idea della sua vita. Sai per esempio che Wolfgang dimostra prodigiose doti musicali prima ancora di saper leggere e scrivere. Sai anche che a quattro anni suona il clavicordo e a sette viene invitato, insieme alla sorella, a esibirsi alla corte d’Austria dall’imperatrice Maria Teresa in persona. Sei poi perfettamente a conoscenza del suo stile di vita – diciamo così – non certo morigerato: la sete inesauribile di fama e successo, l’attaccamento al denaro, la costante necessità dell’approvazione del pubblico, i problemi economici eccetera eccetera, giusto? E soprattutto, sei a conoscenza del fatto che Mozart ha pensato, immaginato, creato e scritto molte delle pagine più intense della storia della musica, che rimarrranno forse per sempre nell’immaginario collettivo dell’essere umano. Quante persone ieri, oggi e domani cantichieranno un motivetto di Mozart? Quanti interpreti, per quanti secoli a venire, si misureranno sui suoi pentagrammi? E lo stesso discorso vale per Beethoven: solo un folle smontarebbe, taglierebbe, ricucirebbe una melodia perfetta per proporre una versione semplicemente inversa ai canoni.
Ma si sa, se c’è un modo per attirare l’attenzione degli uomini ed essere considerati geni è passare per pazzi, e per essere giudicati tali senza esserlo realmente è sufficiente fare o dire radicalmente l’opposto di ciò che tutti pensano o credono. E così hai fatto tu: dopo che migliaia di pianisti per lunghissimo tempo hanno prodotto ognuno la propria interpretazione rimanendo sempre rispettosamente nei canoni prescritti da chi aveva creato la melodia, tu da un giorno all’altro, come se nulla fosse, ti permetti di fare di un allegro un lentissimo, di un adagio un andante, di dare dell’ornamentale a Mozart e del rudimentale a Betthoven. E non contento, per provare a te stesso e al mondo il tuo potere, trasformi il signor nessuno Hindemith nel talento musicale fin de siecle. Davvero un colpo ben organizzato, tant’è che nell’immaginario collettivo sei considerato un geniale interprete proprio per le interpretazioni fuorvianti dei maestri della musica. La stessa sorte è toccata, beninteso, ai tuoi prediletti: le tue variazioni sulle variazioni goldberg – altre perle gettate ai porci – sono lì a testimoniarlo.
E tutto ciò perché?
GLENN:per difendere la libertà dell’interprete.
DIO: balle, Glenn. Non c’è nessuna motivazione filosofica. Il tuo è semplicemente un atto dettato dalla tracotanza, dalla superbia, dall’invidia. La verità - per dirla nei termini della filosofia greca - è che hai peccato di hybris: non hai saputo essere misurato, né hai rispettato i tuoi limiti nei rapporti con gli altri uomini e con l’ordine delle cose. Siamo franchi: tu conosci perfettamente la differenza tra compositore e interprete. Sai che un esercito di geniali interpreti non varrà mai un mediocre compositore, perché senza il lavoro creativo di quest’ultimo ai pianisti non resterebbe che mangiarsi le unghie. Ma tu non ti accontenti di essere il miglior interprete: vuoi diventare il miglior compositore. Il dramma, caro Glenn, sta però nel fatto che non ne sei all’altezza. Lo sai bene anche tu. Hai provato, come no, a scarabocchiare qualcosa sul pentagramma, ma hai avuto imbarazzo di te stesso, hai toccato con mano e sei stato colpito mortalmente dalla tua inadeguatezza. Hai quindi cercato il modo più rapido ed efficace per nascondere questa tremenda verità a te e agli altri, e per un verso ti sei scagliato con furia iconoclasta contro le massime autorità della storia della musica, per l’altro hai cercato di arrangiarti come compositore servendoti proprio delle melodie più celebri, abusando in questo modo non solo delle note ma anche del nome dei maestri. E non contento, per concludere, hai tradotto il tutto nel linguaggio tecnico e specialistico della teoria musicale per dare al tuo accanimento dignità scientifica. Il pubblico e la critica ci sono cascati, Glenn. La storia anche. Ma tu no. Hai mascherato ad arte questa inadeguatezza per cinquant’anni, ma poi la disperazione ti ha ucciso, nel senso letterale del termine. E come avrai capito non ci sono cascato nemmeno io. Alla fine dei conti, Glenn, non sei forse tu, ancor più di Wertheimer, un soccombente?
GLENN: tout se tient. Mirabile interpetazione. Una lettura dei fatti poco ortodossa, degna del miglior Gould.
DIO: interpretazione, giusto. È il materiale di partenza – quello che hai scritto tu con la tua vita – che lascia a desiderare. Ma anche la migliore delle intepretazioni non salva la partitura da un’inesorabile stroncatura.

martedì 12 giugno 2007

Free thinking

‘Governare non è un atto del pensiero’.
Ecco come mi sono innamorato di questa frase: erano giorni che cercavo di trovare un’espressione sintetica ed efficace, e soprattutto filosofica, per ciò che mi frullava da tempo per la testa, e a fornirmi su un piatto d’argento la soluzione è stato nientemeno che il prof. Padoa Schioppa.
Governare non è un atto del pensiero. Così, l’altra sera, risponde il ministro al giornalista che lo accusa di aver fatto poco rispetto a quanto programmato dal governo. Come dire: un conto è pensare le riforme, un altro è attuarle; un conto è mettersi attorno a un tavolo e riempire delle pagine bianche con le migliori riforme mai vergate da mano umana, un altro è – una volta al governo – trasformare questi liberi, gratuiti e sopraffini atti di pensiero in altrettante azioni di governo.

C’è chi nel passato ha cercato di gettare discredito sui Liberi Atti di pensiero, affermando che in fondo fantasticare sia la cosa più facile del mondo. Dico, stiamo scherzando? Noi non elaboriamo atti del pensiero qualunque. Noi viviamo e ci nutriamo di atti del pensiero di livello elevatissimo. Siamo dei raffinati, noi. In quanto ad atti di pensiero non siamo secondi a nessuno. Siamo infatti capaci di compiere atti del pensiero con tale forza e intensità da confonderli sovente con la bieca quotidianità.

Facciamo un esempio. Pensate per esempio a un mondo senza guerre. Pensato? Bravissimi! Non è fantastico? Dio mio, se chiudo gli occhi mi vengono i brividi dall’emozione… facile, no? Insomma è grandioso! Abbiamo pensato a un mondo senza guerre, è bellissimo, l’hai pensato anche tu? Davvero? Allora Stop alle Guerre, senza indugio. Qui e ora. Che odio la guerra. Che brutto. Deponete le armi e dialoghiamo. Scendiamo in piazza e gridiamolo al mondo, ecco il nostro Atto di pensiero. Allora vuol dire che se possiamo immaginare idee del genere possiamo fregiarci del titolo di Pacifista, colui che rifiuta la guerra. Non è fantastico? Una moltitudine di persone che condivide il medesimo atto di pensiero, ‘Stop alla guerra globale’. Cosa importa, poi, se nei fatti la guerra sia un dato costante, ineliminabile, essenziale della vita reale? Cosa importa se le dichiarazioni ideali non si sono mai trasformate anche solo in vaghe ipotesi di metodologie operative? Noi non proponiamo certo soluzioni. Non abbiamo nessuna intenzione di metterci a ragionare concretamente e realisticamente su come idee così alte siano applicabili all’infima realtà quotidiana. Non vogliamo certo sporcarci le mani. E poi, non siamo certo politici o militari. Ma siamo gente che pensa, questo sì. E abbiamo diritto di esprimere il nostro pensiero.

E poi – dato assai rilevante - gli atti di pensiero sono davvero democratici. Adulti, bambini, politici, pensionati, operai, manager, ladri, assassini: tutti possono sognare, e fantasticare non costa nulla. E chiunque sarà d’accordo nel sostenere che gli Atti di pensiero fanno da sempre la loro porca figura, soprattutto ultimamente. Provate infatti a cambiare anche solo di poco la realtà in senso positivo: nessuno se ne accorgerà, anzi ve lo rimprovereranno. Formulate, invece, un iperbolico Atto del pensiero: verrete celebrato come Eroe, come Genio dell’Umanità, come Salvatore.

Dunque non esiste ragione in base alla quale gli atti del pensiero debbano acquisire la pragmaticità dell’azione reale. In fondo, detto tra noi, chissenefrega? È del tutto ininfuente. Anzi, devono ben guardarsi dal farlo. Del resto, chi ha voglia di misurarsi con la realtà? Meglio non confondersi con essa. Troppo complicata. Sappiamo già come va a finire: la realtà è immodificabile, una qualsiasi nostra azione concreta – qualsiasi valore essa abbia - non potrà mai contribuire a cambiare alcunchè, dunque dimentichiamoci delle azioni, e affidiamoci agli atti di pensiero. Lasciateci crogiolare nella constatazione che noi, quantomeno, siamo in grado di formulare pensieri di tale vastità, siamo capaci di andare oltre la mera quotidianità, siamo capaci di slanci, di ebbrezza, di passione, di orizzonti.

lunedì 11 giugno 2007

L'etica della deresponsabilizzazione

Anche i politici sono concordi nel constatare la crisi della politica. Della politica, appunto, e non dei politici. La distinzione è fondamentale. Sembra che a essere messe sotto accusa non siano le azioni di un gruppo di individui – dunque una serie di fatti, persone, programmi e strategie - ma piuttosto un’entità superiore, astratta, incorporea, ideale – la Politica, appunto – che dagli spazi iperuranici muove a suo piacimento i nostri malcapitati politici, togliendo loro ogni possibilità di reazione, ogni tentativo di ribellione.

I politici, in realtà, non parlano mai. È la Politica a parlare per bocca loro. I poveretti vorrebbero ogni tanto provare a dire qualcosa di diverso, vorrebbero provare a fare qualcosa, ma sono le leggi della maledetta Politica ad impedirlo, dannazione. Siamo spiacenti, ma non possiamo proprio farci nulla.

Sembra quasi che la cosa non li riguardi. La Politica è un gioco più grande di loro, non un gioco creato da loro stessi. La Politica è un ente lontano, separato, impenetrabile, che condanna chi ne subisce il fascino a una vita forzata, a scelte obbligate anche se impopolari o palesemente ingiuste.

Altro che etica della responsabilità! Questa tendenza alla passività, a deresponsabilizzare le proprie azioni e il proprio ruolo, a spersonalizzare l’esperienza umana, a delegare ad altri ciò che dovrebbe competere a noi stessi, a scaricare le responsabilità su forze sovrumane che orientano i nostri destini non è caratteristica esclusiva della politica, ma è una vera e propria malattia che colpisce ogni ambito dell’esistenza contemporanea.

Per dirla in altre parole, e solo per fare qualche esempio, non esistono più scienziati, ma la Scienza, entità dalla potenza spaventosa e incontrollabile, che dei semplici ricercatori non sono certo in grado di gestire e tenere sotto stretto controllo.

Non esistono più tecnici, ma la Tecnica, tanto che Umberto Galimberti è costretto a scrivere, nel saggio L’uomo nell’età della tecnica sull’ultimo numero di MicroMega, che ‘la Tecnica è diventata oggi il vero motore della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati.’

E ancora. Come scrive Raniero La Valle nell’articolo intitolato Un nuovo Pacifismo, ‘la selezione la fanno i Mercati (maiuscolo – compresi i sucessivi - dell’autore dell’articolo), che sono entità astratte, irresponsabili. Sono loro che votano. La Mano che divide, che separa, che discrimina, che licenzia, è la Mano Invisibile del Mercato’.

Non esistono più eserciti, armi, soldati, ma la Guerra, mostruoso incubo che ci costringe – nostro malgrado – a usare violenza, ad aggredire e invadere, a uccidere e torturare.

Non esistono le scelte o le responsabilità personali ma la Società, ente multiforme e impalpabile che orienta i nostri gusti, le nostre scelte, le nostre azioni, senza lasciarci alcuna possibilità di scelta individuale.

Ecco: sono queste e tante, tantissime altre Mani Invisibili a muovere noi, povere marionette indifese. Siamo come creta nelle mani di questo nefasto Olimpo contemporaneo: un’insieme di Potenze Oscure che ci sovrastano e ci plasmano a loro piacimento.

Il risultato di questa linea di pensiero è che gli individui (soprattutto i veri responsabili) come per magia scompaiono, oppressi e annullati da immense forze esterne che li dominano come e più dei tiranni. Contro tali forze incommensurabili, gli esseri umani non possono fare altro che subire e adeguarsi, conformandosi senza possibilità di scampo alle leggi dei rispettivi carnefici. Gli uomini non sono più responsabili di nulla, ma si trasformano semplicemente in vittime. Vittime designate di oscure trame ordite alle nostre gracili, misere spallucce.

A questo, buffoni che non siamo altro, ci siamo ridotti: ad affermare di non poter fare nulla per difenderci da noi stessi.

domenica 10 giugno 2007

Dialogo tra un artista contemporaneo e un critico d’arte contemporanea

ARTISTA: Hai finito il pezzo?
CRITICO: Ti prego, lasciami pensare. Ho bisogno di riflettere. Mi dai sui nervi. Ma poi che diavolo ci stai a fare qui? Non servi a nulla. Sei inutile. Vai a casa, sdraiati, e quando ho finito ti faccio uno squillo.
ARTISTA: Forse hai ragione. Ma pensi ci voglia ancora molto tempo?
CRITICO: Il tempo necessario, non un minuto più, non un minuto meno. Ma che razza di domande sono? Non sto avvitando bulloni o impastando una pizza. Devo pensare, riflettere, ponderare, paragonare, leggere, inventare, contraddire, evocare, provocare, se permetti. Nulla di cronometrabile, fino a prova contraria. Levati dai piedi, come te lo devo ripetere? Lasciami concentrare, lo dico per il tuo bene.
ARTISTA: Scusami, lo so, non alterarti. È che ogni volta che stai per finire un pezzo io divento nervoso. L’attesa mi sfibra. Passo ore e ore a cercare di immaginarmi qualcosa. La notte faccio incubi orrendi. Eppure ho la certezza che farai un ottimo lavoro. Ne sono convinto. Farai ancora centro. I tuoi saggi critici fanno sempre rumore.
CRITICO: Fanno rumore, farai centro… ma che espressioni usi? Non ti vergogni nemmeno un po’? E io dovrei presentarti a galleristi, collezionisti, mecenati… Nel bel mezzo di una discussione saresti capace di saltare su e dire ‘non pensate anche voi che i suoi saggi critici facciano rumore?’. Non sei in grado di esprimerti in modo un po’ più evoluto, appropriato, aggraziato?
ARTISTA: In italiano non sono mai andato molto bene.
CRITICO: Capisco, certo, tu sei un artista. Un artista non è tenuto ad aprire bocca. Non deve esprimersi come Dante. Un artista è un artista!
ARTISTA: Appunto!
CRITICO: Appunto! Allora visto che un artista è un artista, dimmi cos’è l’arte.
ARTISTA: Cioè?
CRITICO: Cioè un corno. La domanda è semplice e diretta. Ti ho chiesto cos’è l’arte.
ARTISTA: Cos’è l’arte? Adesso?
CRITICO: Adesso, sì.
ARTISTA: Ok, ma stavi scrivendo, e io ti sto solo disturbando. Non faccio altro che disturbarti. È lo stress, te lo ripeto, sono nervoso. Ma ora ti lascio.
CRITICO: Chi era albrecht durer?
ARTISTA: Scusa?
CRITICO: Parliamo del puntinismo.
ARTISTA: Ascolta, è ora che vada.
CRITICO: Ma no, ti prego, accomodati. Perché non facciamo due chiacchiere sull’influenza della fotografia sulla pittura? O preferisci intrattenermi sullo sfumato leonardesco? Ma forse ti ho interrotto: stavi accennando qualcosa a proposito della teoria dei colori di kandjinskij, se non sbaglio.
ARTISTA: Ehm, no, a dirti il vero eravamo rimasti al tuo saggio, tu stavi per terminare il tuo saggio sulla mia ultima opera e io ero lì lì per andarmene.
CRITICO: Già, mettiamola così… diciamo che hai ragione, sto perdendo tempo. Perché perdere tempo a porre domande superflue ad un artista?
ARTISTA: no, scusa, hai ragione tu, noi artisti siamo una brutta razza. Me lo chiedo anch’io ogni tanto come fai. Eppure senza di noi il tuo lavoro non avrebbe senso.
CRITICO: per favore taci. Non andare oltre. Oltre che fastidioso sei anche sfrontato.
ARTISTA: Va bene, va bene, finiamola. Ma ti prego, lasciami andare via con il cuore in pace. Fammi dormire, stanotte. Dimmi quanto ti manca.
CRITICO: Poche righe.
ARTISTA: Poche righe? Davvero?
CRITICO: Sì. La conclusione è ormai delineata.
ARTISTA: Ma è fantastico!
CRITICO: Fantastico, sì. Se non fosse per il fastidio che mi provoca il contatto e il dialogo con gli artisti, devo ammettere che è fantastico: ogni volta che scrivo un saggio critico mi sento un demiurgo che crea un mondo dal nulla. Che getta luce nelle tenebre.
E tu, piuttosto, a che punto sei con l’opera?
ARTISTA: L’opera?
CRITICO: L’opera, sì, l’opera! La tua ultima opera! Secondo te di cosa stiamo parlando? Quando ti degnerai di farmela vedere?
ARTISTA: Io… non l’ho ancora cominciata.
CRITICO: Non ci credo. Ti prego.
ARTISTA: Sono nella fase creativa…
CRITICO: Nella fase creativa! A due giorni dalla mostra il nostro artista è nella sua fase creativa, non disturbiamolo! Signori, vi prego, abbassate la voce, l’artista sta meditando. Allontanatevi, lasciatelo solo. Povero ingenuo, illuso, stupido… te l’ho ripetuto mille volte: non sforzarti, è inutile. Non serve. Te la puoi cavare con niente! Basta che vai a casa e fai qualsiasi cosa. E se non stai a pensarci troppo è meglio. Ammucchia qualcosa. Fai una foto qualunque. O uno scarabocchio. Butta un paio di cose per terra. Cazzo, ma come te lo devo spiegare?
ARTISTA: ho fatto qualche tentativo ieri, ma non ero convinto.
CRITICO: Ma non sei tu che devi convincerti, sono io che devo convincere loro! Quante volte te lo devo ripetere? E ora vai a casa. E mi raccomando: non sforzarti, non pensare, stai tranquillo. Fai qualsiasi cosa. Io il mio lavoro l’ho fatto. E tu sei un grande artista.

venerdì 8 giugno 2007

Lamentazioni - 6

Lamentiamoci. Lamentarsi. Mio fratello fa il commesso in un negozio di scarpe all’interno del più grande centro commerciale d’Italia. Spesso torna a casa incazzato nero, e si sfoga raccontandomi la maleducazione dei clienti: ‘Non ti chiamano nemmeno: dicono ehi, o addirittura fanno un fischio. O ti battono con la scarpa sulle spalle, da dietro. L’altro giorno ho sentito uno che per rivolgersi a un mio collega diceva: dov’è quel piciu che se ne è andato con le mie scarpe?’
Ora, vorrei capire perché mio fratello – persona intelligente, sensibile e riflessiva, che ha un punto di osservazione privilegato: uno dei negozi più frequentati del più grande centro commerciale italiano - si lamenta. Proprio a lui - ogni giorno a contatto con centinaia di persone dell’anonima massa di individui che invade l’ipermercato - vorrei chiedere chi si trova di fronte, con chi deve avere a che fare… Come sono le persone, generalmente? Sono pazienti? Sono educate? Sono disponibili? Sono aperte al dialogo? O ancora: chiedono o pretendono? Domandano o ordinano? Approvano o criticano? Sono gentili o arroganti? Pazienti o impazienti? Tranquille o agitate? Presi così, a mucchi, a valanghe, a ondate, cosa siamo? Dico in linea generale, così, per fare un quadro della situazione. E ci risiamo. Poiché io non mi aspetto che mio fratello mi descriva, sempre in generale, un’umanità paziente, rispettosa, educata, concludo che è normale avere a che fare quotidianamente con persone con le caratteristiche opposte. Nella stragrande maggioranza dei casi della vita avremo a che fare ora con un arrogante, ora con un bugiardo, ora con un impaziente, ora con un maleducato, e così via. Perché questa è la norma, non l’eccezione. Rientra nella consuetudine. Allora perché lamentarsi di una cosa normale? È come prendersela con un fico perché produce fichi. O lamentarsi con un sasso di essere un sasso. Invece che lamentarti – saresti costretto a lamentarti da adesso all’ultimo dei tuoi giorni, oltre che con gli altri soprattutto con te stesso, essendo tu peggiore di tutti gli altri – potresti invece rallegrarti con quei pochi che dimostrano rispetto, tranquillità, sensibilità: che so, dargli una pacca sulla spalla, stringere loro la mano con calore, ringraziarli in modo sincero, schietto. Per farli sentire, come in effetti sono, esemplari rari.

lunedì 4 giugno 2007

Lamentazioni - 5

Del resto, essendoci dati degli ideali irraggiungibili nella pratica, non possiamo fare altro che lamentarci della distanza che separa i modelli loro manifestazioni concrete. Come già detto, poiché per sua definizione il reale risulta sempre e necessariamente di grado inferiore rispetto all’ideale, non possiamo fare altro che lamentarcene, avendo poi ben presente che nulla potrà mai colmare l’abisso.

Siamo degli idioti, perché ci siamo costruiti questa trappola con le nostre stesse mani. Nessuno si rende conto che basterebbe portare l’asticella un po’ più in basso, e l’ostacolo diventerebbe alla nostra portata. E allenandoci, con la dovuta pazienza e sacrifici necessari, potremmo centimetro dopo centimetro alzare il limite.

Lamentazioni - 4

Ma oltre al divieto di lamentarsi di sé, c’è un secondo tratto che caratterizza il lamentarsi contemporaneo: ci si lamenta e basta. Non si muove un dito per cambiare alcunchè. Se le cose cambieranno, sarà per un dono del cielo, non certo perché noi abbiamo fatto concretamente qualcosa per migliorarle. Del resto, anche se noi facessimo qualcosa non servirebbe a nulla, perché saremmo solo noi a farlo. Allora tanto vale continuare a fare come tutti.

Questo aspetto è determinante: perché ci si può lamentare indifferentemente di qualsiasi cosa solo se nulla migliora. Dunque meno facciamo, più contribuiamo a mantenere intatto questo patrimonio incommensurabile di cose di cui lamentarsi.

La verità è che se tutto andasse come dovrebbe, di cosa diavolo potremmo parlare? Con chi fare le vittime? Con chi piagnucolare? Con chi lamentarsi della propria amara sorte?

Lamentazioni - 3

Vivere significa fare a gara a chi si lamenta di più. Ma fare l’elenco di ciò di cui ci si può lamentare risulta compito penoso e inutile, perché la lista della spesa è pressochè infinita. Risulta al contrario molto più interessante fare l’operazione opposta, e chiedersi di cosa non ci si può assolutamente lamentare. Risposta: di se stessi.

Eh no, lamentarsi di sé oggi è innammissibile. Una bestemmia. Avete mai sentito qualcuno prendersela con se stesso? Non sia mai! Noi – presi uno ad uno, come singoli individui, ciascuno per sé - siamo dalla parte della ragione per principio, di diritto, noi non possiamo essere responsabili di alcunchè, stiamo forse scherzando? Noi possiamo solo ed esclusivamente essere vittime, soverchiate quotidianamente da torti e abusi dai quali è impossibile difendersi.

E poiché la cosa smisuratamente migliore di ogni altra, per ciascuno di noi, è se stesso, ne consegue che lamentarsi di se stessi è impossibile.

Lamentazioni - 2

Ogni oggetto e persona esiste in quanto ce ne si può lamentare. Le discussioni non sono nient’altro che uno scambio di lamentele, spesso in un un susseguirsi reciproco tipico, in base al quale ciascuno dei partecipanti cerca di convincere l’altro che è lui ad avere più diritto di lamentarsi, o ancora che i torti che subisce sono maggiori, o più numerosi e frequenti di quelli subiti dall’interlocutore. Altre volte, invece del solipsismo lamentatorio, si sceglie il coro: tra più interlocutori si trova un oggetto comune di cui lamentarsi, e ognuno dei partecipanti contribuisce di par suo a gettare benzina sul fuoco con esempi, citazioni e casi personali.

E - come tutto ciò che ama fare l’essere umano contemporaneo - quanto è facile lamentarsi! Nulla di più gratuito e gratificante che prendersela con qualcuno, scaricare su terzi tensioni, fallimenti, inadeguatezza, passività, responsabilità, frustrazioni, delusioni, obiettivi mancati, sconfitte. Lamentarsi è consolante, è una catarsi collettiva che ha come presupposto il mal comune, mezzo gaudio: se tutti ci lamentiamo di tutto, in fondo non ce la passiamo poi così male.

Lamentazioni - 1

Lamentiamoci, lamentarsi. Siamo forse occupati a fare altro durante il giorno? Se non è certo l’attività più alta dell’essere umano, oggi è senza dubbio la più praticata. Siamo tutti, indistintamente, una massa di lagnoni. Non facciamo che piangerci addosso. Per nessuno di noi nulla va come dovrebbe andare.

Con gli altri non parliamo, ma ci lamentiamo reciprocamente. Ognuno espone all’altro le proprie lagnanze, nella speranza di dimostrare che ciò per cui ci si lamenta non ha paragone con le ragioni dell’altro. Solitamente ciascuno di noi ritiene in fondo di essere l’unico ad avere veramente diritto di lamentarsi. Certo, tutti si lamentano, ma è contro di noi che la vita si accanisce particolarmente. Eh, tu non sai cosa ho passato io! Tu non puoi immaginare cosa è capitato a me!