giovedì 14 giugno 2007

Dialogo tra Dio e Glenn Gould

ANGELO DI DIO: Glenn Gould, accusato di superbia, tracotanza, sovversione.

DIO: niente male per un pianista. Un curriculum di tutto rispetto.
GLENN: nulla che mi sorprenda. Tanti, per più di un motivo, avrebbe voluto mandarmi all’inferno, ma non ho mai preso la cosa troppo sul serio. Detto ciò, data la circostanza, sarei curioso di sapere chi mi accusa.
DIO: non ci vuole un genio per capirlo. Possibile che tu, Glenn Gould, non ti sia fatto nemmeno una vaga idea?
GLENN: stiamo forse parlando di Mozart? Si è risentito perché ho dichiarato che è morto troppo tardi invece che troppo presto?
DIO: sbagliato. Anche se, francamente, Wolfgang avrebbe tutti i diritti di vederti dannare per l’eternità.
GLENN: non crede, Signore, sia lui a meritare di ardere eternamente tra le fiamme? Molta musica mediocre che infesta il mondo è causa sua.
DIO: grazie per il suggerimento, Glenn, ma ho avuto modo di esprimermi su Wolfgang a suo tempo. So come la pensi, siamo qui anche per questo, e avrai modo di illustrare tra breve il tuo punto di vista. Ma tagliamo corto. Non è stato Mozart ad accusarti, Glenn, ma Dio, ovviamente. Io stesso, uno e trino.
GLENN: onorato, Signore.
DIO: onorato? Il giudizio divino è forse un privilegio riservato a personalità di rilievo? Non illuderti, Glenn: si tratta di una prassi comune nella burocrazia dell’aldilà. E ora che sai che sono io stesso ad accusarti, non ti viene voglia di dire qualcosa in tua difesa?
GLENN: niente affatto, perché all’impianto accusatorio manca ancora un tassello fondamentale: le prove.
DIO: le prove, giusto. Sarai tu stesso a fornirmele. Ecco, ascolta.
GLENN: una tortura degna dell’inquisizione. Sono io. Io che suono quel maledetto austriaco.
DIO: infatti. 7 gennaio 1968. Incidi per la prima volta la Sonata per pianoforte in la maggiore K 331 presso gli studi della Columbia. Ed ecco cosa ne viene fuori.
GLENN: la definirei un’interpretazione poco ortodossa.
DIO. ben detto. Poco ortodossa. Prendiamo il tema, ad esempio.
GLENN: ho esposto più volte il mio punto di vista sull’argomento. Nell’affrontare lo sviluppo del tema iniziale mi sono servito di una sorta di versione capovolta della mia teoria della modularità. La melodia fin troppo nota della k 331 è stata in altre parole sottoposta a un’analisi weberniana, che ha isolato l’uno dall’altro gli elementi fondamentali e indebolito, di conseguenza, la continuità del tema.
DIO: geniale, davvero. E tutto ciò – mi preme sottolinearlo – in barba alle precise indicazioni fornite da Wolfgang. Perché – correggimi se sbaglio – lo spartito parla di un andante grazioso che giunge ad un adagio nel quinto movimento.
GLENN: esatto. Io ho invece optato la soluzione opposta, quella dell’accelerazione progressiva, con il risultato che è l’adagio a farsi andante. È solo grazie a questa inversione che il succedersi delle variazioni perde il suo carattere decorativo e ornamentale.
DIO: decorativo e ornamentale, certo. Devo ammetterlo, Glenn, la tua limpida esposizione mi affascina. Potrei stare ore a sentirti discettare di teoria della modulazione, ma non è questa la sede. Mettiamo per un momento da parte Wolfgang e dedichiamo la nostra attenzione a un’altra delle tue storiche incisioni: 18 ottobre 1967, 30th Street Studio, New York City. L’Appassionata di Beethoven.
GLENN: siamo già all’inferno? Perché queste note sono un tormento premeditato.
DIO: davvero? Anche a me trasmettono la stessa sensazione quando le ascolto.
GLENN: sono lieto di sapere che condivide almeno la mia repulsione per Beethoven.
DIO: Ludwig non c’entra nulla, Glenn. Mi riferivo alla tua interpretazione. Ma dimmi, a proposito: cos’è che non va nell’Appassionata per sentirti autorizzato a fare di un esordio Allegro assai della partitura originale il tuo Lentissimo?
GLENN: la sua ostinatezza tematica. Sembra che nell’Appassionata Beethoven si diverta a edificare imponenti strutture melodiche partendo da un materiale che in mani meno abili non sarebbe bastato per un’introduzione di sedici battute. Per non parlare poi dei temi stessi: di dubbio interesse alcuni, grossolanamente rudimentali altri. Mi chiedo se ci voleva un Beethoven, per inventarli.
DIO: ci vuole una bella faccia tosta a definire rudimentali i temi dell’Appassionata. Eppure non credo che l’intera produzione dell’ultimo Beethoven si possa definire tale.
GLENN: no di certo. Preferisco definirla sopravvalutata. Sulle Sonate e i Quartetti, per esempio, sono state scritte più stupidaggini di qualsiasi altra letteratura paragonabile: Beethoven spirito indomabile che ha trasceso il mondo, Beethoven mistico visionario, Beethoven realista, anche. Sarà. Io penso invece che Beethoven si sia preoccupato troppo spesso di essere Beethoven, e gran parte della sua produzione è gravata da un’ampollosità egoistica, un atteggiamento provocatorio e belligerante.
DIO: e tu, basandoti su questi presupposti, hai pensato bene di fare delle interpretazioni delle sonate di Beethoven degli atti di sabotaggio premeditati: la folle velocità del primo movimento dell’op. 111 invece di un poco ritenente, il Finale dell’op. 109 tutt’altro che cantabile…
GLENN: sabotaggi? Chiamiamoli cambiamenti, frutto non di eccentricità ma di un’attenta lettura delle partiture originali. Non saranno tra le mie interpretazioni più convincenti, ma senza dubbio sono le più convinte.
DIO: sono convinto anch’io, Glenn. Convinto di aver aggiunto un altro tassello al mio atto d’accusa. Ho un tale desiderio di chiudere il cerchio e proporti la mia versione dei fatti che rinuncio a farti ascoltare il terzo brano, per passare direttamente all’ultimo.
GLENN: Dio sia lodato.
DIO: hai poco da scherzare, perché sulle Variazioni Goldberg mi avresti dato filo da torcere.
GLENN: al diavolo. Perso Bach, mi domando cosa mi riservi l’epilogo.
DIO: ascolta e rispondi tu stesso.
GLENN: Hindemith?!
DIO: già.
GLENN: non me l’aspettavo.
DIO: nessuno se l’aspettava.
GLENN: cosa?
DIO: ora ci arriviamo. Raccontami com’è andata. Quando vengono pubblicate per la prima volta le tue tre sonate di Hindemith?
GLENN: nel ‘73.
DIO: esatto. Hindemith, se non sbaglio, le compone negli anni Trenta, ma vengono ignorate per più di quarant’anni. Ipotizziamo che fino al ‘45 il nostro possa essere stato, diciamo così, messo da parte per motivi politici. Ciò non spiega il silenzio fino ai primi anni Settanta. O meglio, chiunque dedurrebbe che il silenzio ha ragioni squisitamente musicali. Ma il silenzio, incredibilemente, un giorno si rompe. Il giorno in cui Glenn Gould decide di incidere non una, ma tre delle sue sonate per pianoforte. E succede l’impensabile: dal giorno alla notte quello che tutti ritenevano un compositore da quattro soldi entra nell’Olimpo della musica. Avanti, Glenn, è ora che tu mi dia l’ultima lezione. Spiegami Hindemith.
GLENN: molto semplice: basta sgombrare il campo da alcuni clichés che hanno infarcito i commenti alle sue opere e si scopre un compositore di talento che ha incarnato il dilemma stilistico fin de siecle, ambiguamente vicino sia al pragmatismo germanico sia all’idealismo tedesco. Con ciò non voglio diire che l’intera produzione di Hindemith sia entusiasmante, ma nella mia personale graduatoria dei compositori Hindemith si pone, per esempio, sul versante opposto di Beethoven.
DIO: quale versante, scusa?
GLENN: quello della serenità. Tanto Beethoven era irruento e bellicoso quanto Hindemith ha rappresentato una fusione di calcolo e estasi.
DIO: d’accordo, d’accordo. Non mi sembra il caso di spingerci oltre. Anche perché ascoltarti è imbarazzante. Ogni volta che concludi un ragionamento non faccio altro che chiedermi: possibile che fino ad ora tutti si siano sbagliati e solo tu abbia visto giusto? Possibile che siamo tutti deficienti e tu l’unico furbo? Perché se domandi a chiunque possieda nel proprio bagaglio culturale la nozione di musica classica chi sono Mozart e Beethoven, un coro unanime di voci risponderà che sono due tra i più geniali compositori dell’umana specie. Certo, ognuno avrà le sue preferenze, ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l’autorità dei due maestri. Ma quando tocca a Glenn Gould affrontarli, ne viene fuori uno scontro. La tua avversione alla loro musica, alla loro figura, al loro successo è inversamente proporzionale alla loro grandezza e genialità. L’esempio del tuo rapporto con Mozart calza a pennello. I motivi del tuo odio non dipendono da una diversa concezione della musica. Il fatto è che hai letto sufficiente materiale per farti una precisa idea della sua vita. Sai per esempio che Wolfgang dimostra prodigiose doti musicali prima ancora di saper leggere e scrivere. Sai anche che a quattro anni suona il clavicordo e a sette viene invitato, insieme alla sorella, a esibirsi alla corte d’Austria dall’imperatrice Maria Teresa in persona. Sei poi perfettamente a conoscenza del suo stile di vita – diciamo così – non certo morigerato: la sete inesauribile di fama e successo, l’attaccamento al denaro, la costante necessità dell’approvazione del pubblico, i problemi economici eccetera eccetera, giusto? E soprattutto, sei a conoscenza del fatto che Mozart ha pensato, immaginato, creato e scritto molte delle pagine più intense della storia della musica, che rimarrranno forse per sempre nell’immaginario collettivo dell’essere umano. Quante persone ieri, oggi e domani cantichieranno un motivetto di Mozart? Quanti interpreti, per quanti secoli a venire, si misureranno sui suoi pentagrammi? E lo stesso discorso vale per Beethoven: solo un folle smontarebbe, taglierebbe, ricucirebbe una melodia perfetta per proporre una versione semplicemente inversa ai canoni.
Ma si sa, se c’è un modo per attirare l’attenzione degli uomini ed essere considerati geni è passare per pazzi, e per essere giudicati tali senza esserlo realmente è sufficiente fare o dire radicalmente l’opposto di ciò che tutti pensano o credono. E così hai fatto tu: dopo che migliaia di pianisti per lunghissimo tempo hanno prodotto ognuno la propria interpretazione rimanendo sempre rispettosamente nei canoni prescritti da chi aveva creato la melodia, tu da un giorno all’altro, come se nulla fosse, ti permetti di fare di un allegro un lentissimo, di un adagio un andante, di dare dell’ornamentale a Mozart e del rudimentale a Betthoven. E non contento, per provare a te stesso e al mondo il tuo potere, trasformi il signor nessuno Hindemith nel talento musicale fin de siecle. Davvero un colpo ben organizzato, tant’è che nell’immaginario collettivo sei considerato un geniale interprete proprio per le interpretazioni fuorvianti dei maestri della musica. La stessa sorte è toccata, beninteso, ai tuoi prediletti: le tue variazioni sulle variazioni goldberg – altre perle gettate ai porci – sono lì a testimoniarlo.
E tutto ciò perché?
GLENN:per difendere la libertà dell’interprete.
DIO: balle, Glenn. Non c’è nessuna motivazione filosofica. Il tuo è semplicemente un atto dettato dalla tracotanza, dalla superbia, dall’invidia. La verità - per dirla nei termini della filosofia greca - è che hai peccato di hybris: non hai saputo essere misurato, né hai rispettato i tuoi limiti nei rapporti con gli altri uomini e con l’ordine delle cose. Siamo franchi: tu conosci perfettamente la differenza tra compositore e interprete. Sai che un esercito di geniali interpreti non varrà mai un mediocre compositore, perché senza il lavoro creativo di quest’ultimo ai pianisti non resterebbe che mangiarsi le unghie. Ma tu non ti accontenti di essere il miglior interprete: vuoi diventare il miglior compositore. Il dramma, caro Glenn, sta però nel fatto che non ne sei all’altezza. Lo sai bene anche tu. Hai provato, come no, a scarabocchiare qualcosa sul pentagramma, ma hai avuto imbarazzo di te stesso, hai toccato con mano e sei stato colpito mortalmente dalla tua inadeguatezza. Hai quindi cercato il modo più rapido ed efficace per nascondere questa tremenda verità a te e agli altri, e per un verso ti sei scagliato con furia iconoclasta contro le massime autorità della storia della musica, per l’altro hai cercato di arrangiarti come compositore servendoti proprio delle melodie più celebri, abusando in questo modo non solo delle note ma anche del nome dei maestri. E non contento, per concludere, hai tradotto il tutto nel linguaggio tecnico e specialistico della teoria musicale per dare al tuo accanimento dignità scientifica. Il pubblico e la critica ci sono cascati, Glenn. La storia anche. Ma tu no. Hai mascherato ad arte questa inadeguatezza per cinquant’anni, ma poi la disperazione ti ha ucciso, nel senso letterale del termine. E come avrai capito non ci sono cascato nemmeno io. Alla fine dei conti, Glenn, non sei forse tu, ancor più di Wertheimer, un soccombente?
GLENN: tout se tient. Mirabile interpetazione. Una lettura dei fatti poco ortodossa, degna del miglior Gould.
DIO: interpretazione, giusto. È il materiale di partenza – quello che hai scritto tu con la tua vita – che lascia a desiderare. Ma anche la migliore delle intepretazioni non salva la partitura da un’inesorabile stroncatura.

9 commenti:

astrosio ha detto...

"il paradiso lo preferisco per il clima, l'inferno per la compagnia." Mark Twain (ma la frase è stata attribuita anche ad altri, tipo Oscar Wilde e altri noti aforismisti.)

Giano ha detto...

Ottimo pezzo, complimenti.
Gould si presta a tutte le interpretazioni possibili, da quelle più entusiaste a quelle denigratorie .
A me semplicemente piace.
Qualche anno fa trasmisero su una rete RAI, all'una di notte, una serie di registrazioni di sue interpretazioni. Cinque ore di musica. Naturalmente registrai tutto e conservo quelle cassette con cura, sono documenti preziosi.
C'erano la 331 di Mozart ed anche le variazioni Goldberg.
Comunque, grande idea il tuo dialogo con Dio.
Ancora complimenti...

LSSNDR ha detto...

Anch'io sono innamorato di Gould, e ho quasi tutto il suo repertorio, che ascolto ininterrottamente... ma qui ho provato a 'smontare' il suo genio, e a farlo uscire come 'soccombente'. grazie a te per il feedback.

J.A. ha detto...

Benvenuto in TocqueVille!

LSSNDR ha detto...

grazie! è un vero piacere.

Niccolò ha detto...

Bello 'sto post, che me l'ha segnalato l'amico Astrosio li' sopra! Gould... personaggio stravagante. Le Goldberg non suonate da lui mi risultano pallosissime!

LSSNDR ha detto...

mi fa davvero piacere che il dialogo susciti queste reazioni. e mi ripeto ancora una volta, il pezzo è nato esclusivamente dalla mia profonda passione per questo geniale artista. volevo però trovare in tanta genialità il suo lato umano e folle, ecco tutto.

Anonimo ha detto...

personalmente amo lo stile di guld, ma rispetto anche chi la pensa al conrario...
tuttavia vorrei che tutti capissero una cosa che ritengo molto importante, e riguarda la msica di bach: ecco, la sua è una musica complicata da interretare, proprio nel senso che se non viene suonata eccellentemente è una musica fastidiosa... mentre per altr artisti ci possono essere interpretazoni più o meno convincenti per bach ossono esserci solo inerpretazioni eccellenti o mediocri, ebbene,il bach di gould è per me una cosa eccezionale, sentite le variazioni goldberg o le partite, o i concerti per piano e orchestra.. da pelle d'oca.

Anonimo ha detto...

Mah! Chi ha scritto questo pezzo ha capito ben poco del vero spirito di Glenn Gould e soprattutto del suo messaggio. Altro che Dio, il solito musicologo pseudo-intelletuale.