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lunedì 25 giugno 2007

Dialogo tra Platone e Dostoevskij - cap. 1

Platone: Non è un bel vedere.
Dostoevskij: A cosa ti riferisci?
Platone: A quello che abbiamo davanti agli occhi, Fedor, la Terra. Da qui il panorama mette i brividi.
Dostoevskij: Dici?
Platone: Osserva tu stesso. Ebbene?
Dostoevskij: Non ci trovo nulla di disgustoso. Mi sembra tutto terribilmente normale.
Platone: dimenticavo il tuo sano cinismo. Evidentemente non ti interessa il destino del genere umano.
Dostoevskij: Sai bene che i cinici erano altri, Platone. Piuttosto, dimmi, cosa vedi che non vedo io?
Platone: A dirti il vero è difficile distinguere qualcosa di preciso in tale confusione. Posso confessarti una cosa? Mentre stavo per arrivare qui la prima volta pensavo tra me e me alla vista che entro breve mi si sarebbe offerta allo sguardo. Da questa posizione privilegiata come si sarebbe presentata la Terra? Vista così, da lontano, che cosa vi avrei scorto? Immaginavo di vedere gli uomini come formiche muoversi sulla sua superficie, fantasticavo su grandi masse di esseri umani organizzati in gruppi ordinati, ciascuno col proprio compito e tutti nella stessa direzione. Immaginavo flussi ordinati e costanti, immaginavo formicai sempre più grandi, semplici e funzionali…
Dostoevskij: … e poi finalmente sei arrivato qui.
Platone: Già. Un eterno caos, dal primo istante in cui i miei occhi hanno puntato in quella direzione. Ma ti dirò di più: se ci si limita a guardare distrattamente, se si butta l’occhio, può sembrare che effettivamente un ordine ci sia. Prendi quell’uomo di fronte a noi: ha voltato per un attimo la testa e ha guardato la terra. Pensi abbia avuto una cattiva impressione o che, al pari di me, abbia provato disgusto? Niente di tutto ciò. Osservalo: non ha fatto una piega, non si è scomposto. Ma se invece fai come me e ti siedi qui ore e ore e osservi, e se resti qui un giorno, poi un altro, e un altro ancora, la vista si fa più acuta fino a quando non si può far altro che constatare che l’ordine è soltanto apparente, e a ben vedere regna il caos.
Dostoevskij: Ah davvero?
Platone: Non mi credi, Fedor? Allora se me lo permetti, per spiegarti meglio ciò che osservo, prenderò ad esempio i sorprendenti risultati ottenuti nel corso di recenti esperimenti di fisica quantistica. Cercherò di semplificare al massimo, perché la mia competenza in questo campo è alquanto limitata.
Dostoevskij: Prosegui, Platone. Cosa c’è di meglio che dialogare con una persona intelligente?
Platone: Bene. Spero che i fisici perdonino la mia semplificazione. Prendiamo ad esempio un cannone che spara un proiettile con l’obiettivo di colpire un bersaglio. Ora, se noi prendiamo in considerazione il proiettile, è possibile calcolarne in ogni istante la velocità e la posizione. Mi segui?
Dostoevskij: Fin qui tutto chiaro.
Platone: Se invece considerariamo la palla di cannone non come unità ma come un insieme di particelle infinitamente piccole, e proviamo a determinare la posizione di una delle particelle e la velocità alla quale si sta muovendo insieme a tutte le altre, ci troviamo di fronte a un fatto quantomeno sconcertante, è cioè che della suddetta infinitesimale particella non è possibile stabilire né la posizione precisa, tantomeno la velocità alla quale si muove: è il cosiddetto principio di indeterminazione. Pensa un po’, Fedor: il proiettile si muove in una direzione specifica, misurabile, replicabile, segue cioè una traiettoria in uno spazio e per un certo tempo; le particelle, invece, prese una ad una, come dire, vanno per proprio conto, o meglio, hanno una posizione in potenza, come direbbe il buon Aristotele, ma non in atto.
Dostoevskij: Curioso.
Platone: Vero? Anch’io lo trovo curioso! E credo anche tu abbia intuito dove voglio arrivare. Quella del proiettile e delle particelle mi sembra una discreta metafora per provare a spiegare ciò che vedo laggiù sulla terra: può sembrare che il genere umano nel suo complesso segua una precisa e determinata direzione, ma se poi andiamo ad analizzare la posizione dei singoli individui, se prendiamo gli uomini uno ad uno, scopriamo che la loro collocazione è indeterminabile. Ognuno si muove per conto proprio, senza preoccuparsi di coordinarsi con l’altro. Ecco cosa intendevo per caos. Ma giunti a questo punto della riflessione mi chiedo: com’è possibile che nonostante il fatto che ognuno vada a briglia sciolta, per conto proprio, ignorando la direzione degli altri, preso nel complesso il genere umano segue in ogni caso una direzione? Non lo trovi un paradosso sconcertante?
Dostoevskij: Non voglio deluderti, Platone, ma di nuovo non vi vedo nulla di sorprendente. Al di là di questo, che sia un argomento di estremo interesse non c’è dubbio. E sai, il fatto curioso è che l’esempio della fisica quantistica viene utile anche a me per illustrarti ciò che penso e provare a risponderti. Allo stesso modo del proiettile, infatti, che nel medesimo instante è singola unità e somma di particelle, io mi azzardo a ipotizzare che in ogni istante l’essere umano vive due vite contemporaneamente. In una delle due egli è solo - ed è quindi particella - nell’altra è parte di una collettività - dunque proiettile. Per quanto riguarda l’essere umano diciamo così come proiettile, se me lo permetti vorrei porre alla base del discorso proprio alcune delle riflessioni su cui fa perno la Repubblica, perché nessuno, prima e dopo di te ha saputo spiegare questo concetto in modo migliore. L’umanità, affermi, non è nient’altro che lo specchio dell’uomo, così come il singolo è specchio dell’umanità, in quanto si pone come costituzione di un rapporto, ossia come politeia, cioè come bene e giustizia. E dunque, se l’esserci dell’uomo sta nella sua tensione a saper pensare, a realizzare la propria essenzialità, nel sapere ciascuno la propria funzione, nel sapere ciascuno suonare bene la propria parte, in una partitura, in relazione a una sinfonia, allora significa che principio e fine, bene e giustizia coincidono nel sapere; e l’essenza dell’umanità non data, ma in fieri, è quella di essere sinfonia, politeia.
Platone: I miei complimenti, Fedor, io stesso non avrei potuto esprimermi più efficacemente.
Dostoevskij: Mi fa piacere. Ma andiamo avanti. L’essere umano in quanto proiettile è dunque parte di un tutto, e in quanto parte di un insieme vive in funzione degli altri, condividendo con essi lo stesso obiettivo e la medesima visione del mondo. L’essere umano in quanto collettività instaura relazioni, coopera, unisce le forze per il raggiungimento di un obiettivo condiviso. L’essere umano in quanto collettività è consapevole dell’esistenza e della necessità di leggi che regolano i rapporti tra gli individui, poiché senza un insieme di divieti e prescrizioni regnerebbero il caos, il disordine, l’anarchia. L’essere umano come collettività, inoltre, ha ben chiaro di essere letteralmente frutto di una relazione, un incontro, un’unione. È cosciente del fatto che l’intera sua vita si svolge a stretto contatto con gli altri, e che l’isolamento assoluto è impossibile. Soprattutto si rende conto che l’unione, l’altro, sono indispensabili per un fatto estremamente semplice: un uomo, da solo, non può riprodursi. Senza rapporti, la specie umana cesserebbe di esistere in un batter d’ali. In fondo, mio caro Platone, come spiega il Grande Inquisitore a Cristo, quello di un inconfutabile, comune e armonioso formicaio – proprio quello che tu stesso immaginavi mentre venivi qui – non è nient’altro che il supremo desiderio dell’uomo sulla terra, e l’umanità nel suo complesso ha sempre mirato a organizzarsi in uno stato che fosse necessariamente universale.
Platone: Infatti. Un’efficace descrizione del proiettile. A questo punto non ti rimane che parlare della singola particella.
Dostoevskij: Ci arrivo subito. Ti prego di ricordare che l’assunto di partenza è che l’essere umano viva queste due vite contemporaneamente, nello stesso instante.
Platone: Non l’ho dimenticato, Fedor, prosegui pure.
Dostoevskij: Bene. Proprio in quanto particella e in quanto individuo, l’essere umano è solo di fronte alla vita, ed essendo egli stesso il solo e unico responsabile della propria esistenza tende all’autodeterminazione, alla realizzazione di sé, alla rivendicazione dei propri esclusivi diritti. In quanto individuo l’essere umano reclama autonomia di pensiero e libertà di parola. L’essere umano in quanto individuo non dipende da nessuno. È autosufficiente. Non ha bisogno di alcun consiglio o sostegno. In quanto individuo, l’essere umano si oppone a tutti gli altri esseri umani. Si oppone a tutto e non può non essere ribelle. Ogni essere umano in quanto individuo percorre una strada propria, e non incontra nessuno sul proprio cammino. L’essere umano in quanto individuo non tollera altra legge se non la propria, e parla una lingua che solo egli stesso può comprendere. Non comunica all’esterno, ma solo con se stesso. Ha uno sguardo che abbraccia il mondo intero, non essendoci un altro punto di vista che gli si oppone. Non instaura relazioni con altri individui, ma semplici contatti. Per l’essere umano in quanto individuo l’egoismo è un’idea inconcepibile, assurda, perché esiste solo per se stesso. L’essere umano in quanto individuo tende all’autodistruzione.
Il singolo – in altre parole la nostra particella - è inoltre perfettamente cosciente del fatto che in ogni istante della vita sarà irrimediabilmente solo. Sarà solo quando dovrà affrontare problemi o prendere decisioni, rischiare o arrendersi, scommettere o scappare. L’individuo, infatti, sa perfettamente che nessuno mai gli presterà un paio d’occhi per guardare cose che non vorrebbe guardare, così come nessuno lo sostituirà quando si troverà ad affrontare una terribile decisione o un grande dolore, né sarà qualcun altro fornirgli le parole quando non saprà cosa dire. Nonostante sia circondato da altri individui, dunque, sa benissimo che questi altri non potranno mai fare nulla per lui, proprio perché sono altro da sé, anch’essi confinati nel loro irrimediabile isolamento. L’essere umano come singolo ha la consapevolezza che non potrà guardare e affrontare il mondo se non con i suoi occhi, con le sue azioni.
Il succo della faccenda, Platone, sta tutto qui: che mentre l’essere umano come particella non vuole essere un tasto di pianoforte, l’essere umano in quanto proiettile non aspira altro che a quello. Ecco, nello stesso istante e in ogni circostanza della vita l’uomo è nello stesso momento particella e proiettile strumento e orchestra, tasto e pianoforte.
Platone: un tasto di pianoforte…
Dostoevskij: Già, Platone, le persone rimangono sempre persone, e non tasti di pianoforte su cui le leggi della natura, di Dio o della Repubblica possano suonare di propria mano. Ma diciamo di più: anche nel caso in cui si dimostrasse effettivamente un tasto di pianoforte, se ciò venisse un giorno dimostrato con le scienze e la matematica, allora anche in questo caso l’uomo non si ravvederebbe, ma farebbe di proposito qualcosa al contrario, unicamente per ingratitudine; insomma per fare di testa propria. E nel caso in cui non avrà mezzi, si inventerà il disordine e il caos, solo ed esclusivamente per affermare che è un uomo e non un tasto di pianoforte. In fondo tutta la questione umana consiste in effetti solo in questo, che l’uomo dimostri ogni minuto a se stesso che è ingranaggio essenziale di un motore, e allo stesso tempo tutt’altro che un misero pistoncino.

giovedì 14 giugno 2007

Dialogo tra Dio e Glenn Gould

ANGELO DI DIO: Glenn Gould, accusato di superbia, tracotanza, sovversione.

DIO: niente male per un pianista. Un curriculum di tutto rispetto.
GLENN: nulla che mi sorprenda. Tanti, per più di un motivo, avrebbe voluto mandarmi all’inferno, ma non ho mai preso la cosa troppo sul serio. Detto ciò, data la circostanza, sarei curioso di sapere chi mi accusa.
DIO: non ci vuole un genio per capirlo. Possibile che tu, Glenn Gould, non ti sia fatto nemmeno una vaga idea?
GLENN: stiamo forse parlando di Mozart? Si è risentito perché ho dichiarato che è morto troppo tardi invece che troppo presto?
DIO: sbagliato. Anche se, francamente, Wolfgang avrebbe tutti i diritti di vederti dannare per l’eternità.
GLENN: non crede, Signore, sia lui a meritare di ardere eternamente tra le fiamme? Molta musica mediocre che infesta il mondo è causa sua.
DIO: grazie per il suggerimento, Glenn, ma ho avuto modo di esprimermi su Wolfgang a suo tempo. So come la pensi, siamo qui anche per questo, e avrai modo di illustrare tra breve il tuo punto di vista. Ma tagliamo corto. Non è stato Mozart ad accusarti, Glenn, ma Dio, ovviamente. Io stesso, uno e trino.
GLENN: onorato, Signore.
DIO: onorato? Il giudizio divino è forse un privilegio riservato a personalità di rilievo? Non illuderti, Glenn: si tratta di una prassi comune nella burocrazia dell’aldilà. E ora che sai che sono io stesso ad accusarti, non ti viene voglia di dire qualcosa in tua difesa?
GLENN: niente affatto, perché all’impianto accusatorio manca ancora un tassello fondamentale: le prove.
DIO: le prove, giusto. Sarai tu stesso a fornirmele. Ecco, ascolta.
GLENN: una tortura degna dell’inquisizione. Sono io. Io che suono quel maledetto austriaco.
DIO: infatti. 7 gennaio 1968. Incidi per la prima volta la Sonata per pianoforte in la maggiore K 331 presso gli studi della Columbia. Ed ecco cosa ne viene fuori.
GLENN: la definirei un’interpretazione poco ortodossa.
DIO. ben detto. Poco ortodossa. Prendiamo il tema, ad esempio.
GLENN: ho esposto più volte il mio punto di vista sull’argomento. Nell’affrontare lo sviluppo del tema iniziale mi sono servito di una sorta di versione capovolta della mia teoria della modularità. La melodia fin troppo nota della k 331 è stata in altre parole sottoposta a un’analisi weberniana, che ha isolato l’uno dall’altro gli elementi fondamentali e indebolito, di conseguenza, la continuità del tema.
DIO: geniale, davvero. E tutto ciò – mi preme sottolinearlo – in barba alle precise indicazioni fornite da Wolfgang. Perché – correggimi se sbaglio – lo spartito parla di un andante grazioso che giunge ad un adagio nel quinto movimento.
GLENN: esatto. Io ho invece optato la soluzione opposta, quella dell’accelerazione progressiva, con il risultato che è l’adagio a farsi andante. È solo grazie a questa inversione che il succedersi delle variazioni perde il suo carattere decorativo e ornamentale.
DIO: decorativo e ornamentale, certo. Devo ammetterlo, Glenn, la tua limpida esposizione mi affascina. Potrei stare ore a sentirti discettare di teoria della modulazione, ma non è questa la sede. Mettiamo per un momento da parte Wolfgang e dedichiamo la nostra attenzione a un’altra delle tue storiche incisioni: 18 ottobre 1967, 30th Street Studio, New York City. L’Appassionata di Beethoven.
GLENN: siamo già all’inferno? Perché queste note sono un tormento premeditato.
DIO: davvero? Anche a me trasmettono la stessa sensazione quando le ascolto.
GLENN: sono lieto di sapere che condivide almeno la mia repulsione per Beethoven.
DIO: Ludwig non c’entra nulla, Glenn. Mi riferivo alla tua interpretazione. Ma dimmi, a proposito: cos’è che non va nell’Appassionata per sentirti autorizzato a fare di un esordio Allegro assai della partitura originale il tuo Lentissimo?
GLENN: la sua ostinatezza tematica. Sembra che nell’Appassionata Beethoven si diverta a edificare imponenti strutture melodiche partendo da un materiale che in mani meno abili non sarebbe bastato per un’introduzione di sedici battute. Per non parlare poi dei temi stessi: di dubbio interesse alcuni, grossolanamente rudimentali altri. Mi chiedo se ci voleva un Beethoven, per inventarli.
DIO: ci vuole una bella faccia tosta a definire rudimentali i temi dell’Appassionata. Eppure non credo che l’intera produzione dell’ultimo Beethoven si possa definire tale.
GLENN: no di certo. Preferisco definirla sopravvalutata. Sulle Sonate e i Quartetti, per esempio, sono state scritte più stupidaggini di qualsiasi altra letteratura paragonabile: Beethoven spirito indomabile che ha trasceso il mondo, Beethoven mistico visionario, Beethoven realista, anche. Sarà. Io penso invece che Beethoven si sia preoccupato troppo spesso di essere Beethoven, e gran parte della sua produzione è gravata da un’ampollosità egoistica, un atteggiamento provocatorio e belligerante.
DIO: e tu, basandoti su questi presupposti, hai pensato bene di fare delle interpretazioni delle sonate di Beethoven degli atti di sabotaggio premeditati: la folle velocità del primo movimento dell’op. 111 invece di un poco ritenente, il Finale dell’op. 109 tutt’altro che cantabile…
GLENN: sabotaggi? Chiamiamoli cambiamenti, frutto non di eccentricità ma di un’attenta lettura delle partiture originali. Non saranno tra le mie interpretazioni più convincenti, ma senza dubbio sono le più convinte.
DIO: sono convinto anch’io, Glenn. Convinto di aver aggiunto un altro tassello al mio atto d’accusa. Ho un tale desiderio di chiudere il cerchio e proporti la mia versione dei fatti che rinuncio a farti ascoltare il terzo brano, per passare direttamente all’ultimo.
GLENN: Dio sia lodato.
DIO: hai poco da scherzare, perché sulle Variazioni Goldberg mi avresti dato filo da torcere.
GLENN: al diavolo. Perso Bach, mi domando cosa mi riservi l’epilogo.
DIO: ascolta e rispondi tu stesso.
GLENN: Hindemith?!
DIO: già.
GLENN: non me l’aspettavo.
DIO: nessuno se l’aspettava.
GLENN: cosa?
DIO: ora ci arriviamo. Raccontami com’è andata. Quando vengono pubblicate per la prima volta le tue tre sonate di Hindemith?
GLENN: nel ‘73.
DIO: esatto. Hindemith, se non sbaglio, le compone negli anni Trenta, ma vengono ignorate per più di quarant’anni. Ipotizziamo che fino al ‘45 il nostro possa essere stato, diciamo così, messo da parte per motivi politici. Ciò non spiega il silenzio fino ai primi anni Settanta. O meglio, chiunque dedurrebbe che il silenzio ha ragioni squisitamente musicali. Ma il silenzio, incredibilemente, un giorno si rompe. Il giorno in cui Glenn Gould decide di incidere non una, ma tre delle sue sonate per pianoforte. E succede l’impensabile: dal giorno alla notte quello che tutti ritenevano un compositore da quattro soldi entra nell’Olimpo della musica. Avanti, Glenn, è ora che tu mi dia l’ultima lezione. Spiegami Hindemith.
GLENN: molto semplice: basta sgombrare il campo da alcuni clichés che hanno infarcito i commenti alle sue opere e si scopre un compositore di talento che ha incarnato il dilemma stilistico fin de siecle, ambiguamente vicino sia al pragmatismo germanico sia all’idealismo tedesco. Con ciò non voglio diire che l’intera produzione di Hindemith sia entusiasmante, ma nella mia personale graduatoria dei compositori Hindemith si pone, per esempio, sul versante opposto di Beethoven.
DIO: quale versante, scusa?
GLENN: quello della serenità. Tanto Beethoven era irruento e bellicoso quanto Hindemith ha rappresentato una fusione di calcolo e estasi.
DIO: d’accordo, d’accordo. Non mi sembra il caso di spingerci oltre. Anche perché ascoltarti è imbarazzante. Ogni volta che concludi un ragionamento non faccio altro che chiedermi: possibile che fino ad ora tutti si siano sbagliati e solo tu abbia visto giusto? Possibile che siamo tutti deficienti e tu l’unico furbo? Perché se domandi a chiunque possieda nel proprio bagaglio culturale la nozione di musica classica chi sono Mozart e Beethoven, un coro unanime di voci risponderà che sono due tra i più geniali compositori dell’umana specie. Certo, ognuno avrà le sue preferenze, ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l’autorità dei due maestri. Ma quando tocca a Glenn Gould affrontarli, ne viene fuori uno scontro. La tua avversione alla loro musica, alla loro figura, al loro successo è inversamente proporzionale alla loro grandezza e genialità. L’esempio del tuo rapporto con Mozart calza a pennello. I motivi del tuo odio non dipendono da una diversa concezione della musica. Il fatto è che hai letto sufficiente materiale per farti una precisa idea della sua vita. Sai per esempio che Wolfgang dimostra prodigiose doti musicali prima ancora di saper leggere e scrivere. Sai anche che a quattro anni suona il clavicordo e a sette viene invitato, insieme alla sorella, a esibirsi alla corte d’Austria dall’imperatrice Maria Teresa in persona. Sei poi perfettamente a conoscenza del suo stile di vita – diciamo così – non certo morigerato: la sete inesauribile di fama e successo, l’attaccamento al denaro, la costante necessità dell’approvazione del pubblico, i problemi economici eccetera eccetera, giusto? E soprattutto, sei a conoscenza del fatto che Mozart ha pensato, immaginato, creato e scritto molte delle pagine più intense della storia della musica, che rimarrranno forse per sempre nell’immaginario collettivo dell’essere umano. Quante persone ieri, oggi e domani cantichieranno un motivetto di Mozart? Quanti interpreti, per quanti secoli a venire, si misureranno sui suoi pentagrammi? E lo stesso discorso vale per Beethoven: solo un folle smontarebbe, taglierebbe, ricucirebbe una melodia perfetta per proporre una versione semplicemente inversa ai canoni.
Ma si sa, se c’è un modo per attirare l’attenzione degli uomini ed essere considerati geni è passare per pazzi, e per essere giudicati tali senza esserlo realmente è sufficiente fare o dire radicalmente l’opposto di ciò che tutti pensano o credono. E così hai fatto tu: dopo che migliaia di pianisti per lunghissimo tempo hanno prodotto ognuno la propria interpretazione rimanendo sempre rispettosamente nei canoni prescritti da chi aveva creato la melodia, tu da un giorno all’altro, come se nulla fosse, ti permetti di fare di un allegro un lentissimo, di un adagio un andante, di dare dell’ornamentale a Mozart e del rudimentale a Betthoven. E non contento, per provare a te stesso e al mondo il tuo potere, trasformi il signor nessuno Hindemith nel talento musicale fin de siecle. Davvero un colpo ben organizzato, tant’è che nell’immaginario collettivo sei considerato un geniale interprete proprio per le interpretazioni fuorvianti dei maestri della musica. La stessa sorte è toccata, beninteso, ai tuoi prediletti: le tue variazioni sulle variazioni goldberg – altre perle gettate ai porci – sono lì a testimoniarlo.
E tutto ciò perché?
GLENN:per difendere la libertà dell’interprete.
DIO: balle, Glenn. Non c’è nessuna motivazione filosofica. Il tuo è semplicemente un atto dettato dalla tracotanza, dalla superbia, dall’invidia. La verità - per dirla nei termini della filosofia greca - è che hai peccato di hybris: non hai saputo essere misurato, né hai rispettato i tuoi limiti nei rapporti con gli altri uomini e con l’ordine delle cose. Siamo franchi: tu conosci perfettamente la differenza tra compositore e interprete. Sai che un esercito di geniali interpreti non varrà mai un mediocre compositore, perché senza il lavoro creativo di quest’ultimo ai pianisti non resterebbe che mangiarsi le unghie. Ma tu non ti accontenti di essere il miglior interprete: vuoi diventare il miglior compositore. Il dramma, caro Glenn, sta però nel fatto che non ne sei all’altezza. Lo sai bene anche tu. Hai provato, come no, a scarabocchiare qualcosa sul pentagramma, ma hai avuto imbarazzo di te stesso, hai toccato con mano e sei stato colpito mortalmente dalla tua inadeguatezza. Hai quindi cercato il modo più rapido ed efficace per nascondere questa tremenda verità a te e agli altri, e per un verso ti sei scagliato con furia iconoclasta contro le massime autorità della storia della musica, per l’altro hai cercato di arrangiarti come compositore servendoti proprio delle melodie più celebri, abusando in questo modo non solo delle note ma anche del nome dei maestri. E non contento, per concludere, hai tradotto il tutto nel linguaggio tecnico e specialistico della teoria musicale per dare al tuo accanimento dignità scientifica. Il pubblico e la critica ci sono cascati, Glenn. La storia anche. Ma tu no. Hai mascherato ad arte questa inadeguatezza per cinquant’anni, ma poi la disperazione ti ha ucciso, nel senso letterale del termine. E come avrai capito non ci sono cascato nemmeno io. Alla fine dei conti, Glenn, non sei forse tu, ancor più di Wertheimer, un soccombente?
GLENN: tout se tient. Mirabile interpetazione. Una lettura dei fatti poco ortodossa, degna del miglior Gould.
DIO: interpretazione, giusto. È il materiale di partenza – quello che hai scritto tu con la tua vita – che lascia a desiderare. Ma anche la migliore delle intepretazioni non salva la partitura da un’inesorabile stroncatura.

domenica 10 giugno 2007

Dialogo tra un artista contemporaneo e un critico d’arte contemporanea

ARTISTA: Hai finito il pezzo?
CRITICO: Ti prego, lasciami pensare. Ho bisogno di riflettere. Mi dai sui nervi. Ma poi che diavolo ci stai a fare qui? Non servi a nulla. Sei inutile. Vai a casa, sdraiati, e quando ho finito ti faccio uno squillo.
ARTISTA: Forse hai ragione. Ma pensi ci voglia ancora molto tempo?
CRITICO: Il tempo necessario, non un minuto più, non un minuto meno. Ma che razza di domande sono? Non sto avvitando bulloni o impastando una pizza. Devo pensare, riflettere, ponderare, paragonare, leggere, inventare, contraddire, evocare, provocare, se permetti. Nulla di cronometrabile, fino a prova contraria. Levati dai piedi, come te lo devo ripetere? Lasciami concentrare, lo dico per il tuo bene.
ARTISTA: Scusami, lo so, non alterarti. È che ogni volta che stai per finire un pezzo io divento nervoso. L’attesa mi sfibra. Passo ore e ore a cercare di immaginarmi qualcosa. La notte faccio incubi orrendi. Eppure ho la certezza che farai un ottimo lavoro. Ne sono convinto. Farai ancora centro. I tuoi saggi critici fanno sempre rumore.
CRITICO: Fanno rumore, farai centro… ma che espressioni usi? Non ti vergogni nemmeno un po’? E io dovrei presentarti a galleristi, collezionisti, mecenati… Nel bel mezzo di una discussione saresti capace di saltare su e dire ‘non pensate anche voi che i suoi saggi critici facciano rumore?’. Non sei in grado di esprimerti in modo un po’ più evoluto, appropriato, aggraziato?
ARTISTA: In italiano non sono mai andato molto bene.
CRITICO: Capisco, certo, tu sei un artista. Un artista non è tenuto ad aprire bocca. Non deve esprimersi come Dante. Un artista è un artista!
ARTISTA: Appunto!
CRITICO: Appunto! Allora visto che un artista è un artista, dimmi cos’è l’arte.
ARTISTA: Cioè?
CRITICO: Cioè un corno. La domanda è semplice e diretta. Ti ho chiesto cos’è l’arte.
ARTISTA: Cos’è l’arte? Adesso?
CRITICO: Adesso, sì.
ARTISTA: Ok, ma stavi scrivendo, e io ti sto solo disturbando. Non faccio altro che disturbarti. È lo stress, te lo ripeto, sono nervoso. Ma ora ti lascio.
CRITICO: Chi era albrecht durer?
ARTISTA: Scusa?
CRITICO: Parliamo del puntinismo.
ARTISTA: Ascolta, è ora che vada.
CRITICO: Ma no, ti prego, accomodati. Perché non facciamo due chiacchiere sull’influenza della fotografia sulla pittura? O preferisci intrattenermi sullo sfumato leonardesco? Ma forse ti ho interrotto: stavi accennando qualcosa a proposito della teoria dei colori di kandjinskij, se non sbaglio.
ARTISTA: Ehm, no, a dirti il vero eravamo rimasti al tuo saggio, tu stavi per terminare il tuo saggio sulla mia ultima opera e io ero lì lì per andarmene.
CRITICO: Già, mettiamola così… diciamo che hai ragione, sto perdendo tempo. Perché perdere tempo a porre domande superflue ad un artista?
ARTISTA: no, scusa, hai ragione tu, noi artisti siamo una brutta razza. Me lo chiedo anch’io ogni tanto come fai. Eppure senza di noi il tuo lavoro non avrebbe senso.
CRITICO: per favore taci. Non andare oltre. Oltre che fastidioso sei anche sfrontato.
ARTISTA: Va bene, va bene, finiamola. Ma ti prego, lasciami andare via con il cuore in pace. Fammi dormire, stanotte. Dimmi quanto ti manca.
CRITICO: Poche righe.
ARTISTA: Poche righe? Davvero?
CRITICO: Sì. La conclusione è ormai delineata.
ARTISTA: Ma è fantastico!
CRITICO: Fantastico, sì. Se non fosse per il fastidio che mi provoca il contatto e il dialogo con gli artisti, devo ammettere che è fantastico: ogni volta che scrivo un saggio critico mi sento un demiurgo che crea un mondo dal nulla. Che getta luce nelle tenebre.
E tu, piuttosto, a che punto sei con l’opera?
ARTISTA: L’opera?
CRITICO: L’opera, sì, l’opera! La tua ultima opera! Secondo te di cosa stiamo parlando? Quando ti degnerai di farmela vedere?
ARTISTA: Io… non l’ho ancora cominciata.
CRITICO: Non ci credo. Ti prego.
ARTISTA: Sono nella fase creativa…
CRITICO: Nella fase creativa! A due giorni dalla mostra il nostro artista è nella sua fase creativa, non disturbiamolo! Signori, vi prego, abbassate la voce, l’artista sta meditando. Allontanatevi, lasciatelo solo. Povero ingenuo, illuso, stupido… te l’ho ripetuto mille volte: non sforzarti, è inutile. Non serve. Te la puoi cavare con niente! Basta che vai a casa e fai qualsiasi cosa. E se non stai a pensarci troppo è meglio. Ammucchia qualcosa. Fai una foto qualunque. O uno scarabocchio. Butta un paio di cose per terra. Cazzo, ma come te lo devo spiegare?
ARTISTA: ho fatto qualche tentativo ieri, ma non ero convinto.
CRITICO: Ma non sei tu che devi convincerti, sono io che devo convincere loro! Quante volte te lo devo ripetere? E ora vai a casa. E mi raccomando: non sforzarti, non pensare, stai tranquillo. Fai qualsiasi cosa. Io il mio lavoro l’ho fatto. E tu sei un grande artista.