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martedì 11 gennaio 2011

ORA ET LABORA

Oggi ho un colloquio importante.

Indosso t-shirt bianca, gilet nero girocollo, giacca nera, jeans e Dr. Martens. Il portatile è nello zaino.

Cercano un responsabile della comunicazione. Cercano me, cazzo. Laurea in discipline della comunicazione, esperienza triennale in grandi aziende nella gestione della corporate identity, ottima padronanza dell’inglese scritto e parlato, conoscenza del pacchetto Office, nozioni di teologia e predisposizione ai rapporti con un target molto giovane, dai 6 ai 18 anni. Profilo particolare ma ci sto dentro. Gliela posso raccontare.

Il taxi mi scarica all’incrocio di due vie di una zona residenziale del centro. Sono dieci anni che non metto piede da queste parti. Ma mi fa ancora più effetto entrare dalla porticina di ferro dell’Oratorio dei Salesiani. L’ho attraversata per almeno vent’anni, ogni pomeriggio.

Mi accoglie una donna ben acconcia con una cartellina in una mano e un caffè nell’altra. Mi servono diversi secondi per riconoscere in lei la ragazza che più di dieci anni fa si occupava delle pulizie dell’Oratorio. La donna guarda distrattamente l’orologio e mi comunica che sarò costretto ad attendere. Il responsabile, Don Claudio, è ancora occupato. Ne approfitto e mi guardo intorno. È tutto miseramente più piccolo. Il campo da calcio in asfalto oltre la rete di metallo è dimezzato. Una delle metà campo è occupata da un cantiere. E il campo da basket? È laggiù in fondo, sulla sinistra. I ragazzini palleggiano su cubetti di porfido sconnessi. Vado a dare un’occhiata nel sottoscala. Là sotto, qualche anno addietro, i Salesiani mi hanno ospitato un paio d’anni. Oggi c’è una sala musica insonorizzata e riscaldata. Casse Bose. Amplificatori. Mixer. Un pc.

Torno indietro. Avevo deciso a priori di non pormi domande stupide, e così farò. Vorrei solo capire, ma non ho nemmeno il tempo di finire di pensare la frase che mi trovo nell’atrio dell’Oratorio, nella mano la mano del responsabile, Don Claudio, già, me lo ricordo, gli ultimi Don che avevano avuto le redini della baracca, ai miei tempi, non erano durati granchè.

‘Dottor Scali, Alessandro’, mi guida il Don, ‘l’oratorio è un’azienda. L’aveva intuito Don Bosco, e noi oggi portiamo a compimento la sua opera. È la teoria dell’enterteinment cattolico, nulla di nuovo per te, credo. Guarda tu stesso: stiamo riconvertendo. Un sito di archeologia urbana e religiosa rifiorisce lentamente, giorno dopo giorno. Per ogni chicco di marketing seminato nell’asfalto – per usare una metafora evangelica - fiorisce un euro nella cassa. Faremo parcheggi dove c’erano campi da calcio troppo grandi per i pochi ragazzetti. E poi, i piccoli vogliono i videogiochi, la Coca Cola, le patatine, Sky? Noi apriamo un bel ristoro. Se hanno la tessera – costa solo venticinque euro l’anno – noi gli applichiamo uno sconto sacrosanto, in caso contrario rientriamo – in quanto a fascia di prezzi - nella media del mercato. Ma ci stiamo perdendo in dettagli’, chiosa Don Claudio. ‘Il vero tesoro è un altro’.

Si materializza al nostro fianco la donna. È lei che ha le chiavi.

Saliamo tutti e tre le scale. Entro e fatico a riconoscere il vecchio teatro. Non ne è rimasto nulla. Poltrone ergonomiche, ampie, comodissime. Insonorizzazione totale. Uscite a norma. Un impianto luci impressionante. Una concentrazione di tecnologie che ho visto solo negli studios americani.

‘Le compagnie se lo contendono’, non riesce a trattenere la donna. ‘Ogni sera c’è qualcosa. Abbiamo avuto anche le autorità’. ‘L’investimento sembra rendere’, sottolineo. ‘Certo’, dice la donna. ‘Dai un’occhiata ai conti’.

‘Vedi’, dice la donna, ‘ormai abbiamo rapporti a 360 gradi, non più solo con il nostro target diretto – i ragazzi che frequantano il village - ma con istituzioni, imprese, compagnie, società di servizi. Dobbiamo mettere in discussione la nostra immagine per costruirne una nuova più forte, che ci distingua dalla concorrenza’.

Ben detto. È l’occasione per mostrare loro il mio curriculum. Il notebook che si accende fa sempre il suo effetto. Il Don, per contro, mi mostra il suo tablet, ‘che mi posso portare anche sull’altare’, sottolinea.

Convengono con me che ci siamo trovati. La persona giusta al posto giusto. Mi lascio scappare qualche termine tecnico come vision, logo, payoff, pierre. La voce retribuzione viene affrontata con noncuranza e in un batter d’ali mi ritrovo con un terzo dell’ormai passato stipendio in più al mese.

Sono disteso. Scherzo col Don: ‘non ci soni crocifissi, in giro’. ‘Una professoressa marocchina’, risponde, ‘si è lamentata. Per noi non cambiava un granché’. ‘E le nozioni di teologia?’, gli domando. ‘Quelle’, mi dice, ‘le ha volute mettere per forza nel questionario l’agenzia che preseleziona i candidati’.

Ci stringiamo la mano calorosamente.

‘Lunedì ti daremo i ticket restaurant’, sembra concludere la donna.

‘Sembra la parabola del figliol prodigo’, aggiunge Don Claudio. ‘Ben tornato a casa, figliolo’.

‘Amen’, rispondo io.

lunedì 20 dicembre 2010

Osservazioni su un branco di zebre


Un branco di zebre corre davanti ai nostri occhi. Ciò che impressiona non è tanto la singola zebra - anzi isolare un'unica zebra in quella moltitudine di animali in corsa così simili tra loro è un’illusione - ma, appunto, ci stupisce l’insieme: tanti animali quasi identici - semplicemente zebre, animali a strisce bianche e nere - che corrono uno a fianco dell’altro per sfuggire ad una morte certa (se ne colgono di sfuggita alcune che sembrano allontanarsi o staccarsi o deviare dal gruppo, ma - se non si tratta di qualche esemplare che non riesce a tenere il ritmo e che infallibilmente sarà oggetto del predatore che insegue il branco alle spalle – queste deviazioni sono temporanee e tendono, letteralmente, a rientrare).


Le zebre. Ma cosa fanno le zebre? Pur non conoscendo la letteratura scientifica sulle zebre e potendoci basare esclusivamente sulla visione di documentari scientifici, possiamo bene o male immaginare cosa farà la specie zebra, insomma come ‘affronterà la giornata’. Del resto, cosa ci sarà mai da sapere sulle zebre se non che sono a righe, che scappano in gruppo se si accorgono di essere minacciate da un predatore, che probabilmente brucano, si riproducono in certi periodi, la gestazione avverrà in x mesi? Certo potremmo saperne di più su cosa mangiano, su dove esattamente si trovano, se in un continente piuttosto che in un altro. Ci si potrebbe per esempio soffermare sul fatto che le zebre corrano tutte insieme per disorientare il predatore, come in questo preciso istante: la povera fiera, più veloce delle zebre, ha affiancato il gruppo ma è come indecisa: non sa dove attaccare, non riesce a distinguere una zebra dall’altra, vede solo una lunga sequenza di righe bianche e nere scorrergli davanti agli occhi ed è costretta per il momento a desistere. Detto ciò, si potrebbero poi segnalare quei rari casi di zebre che avevano immaginato – anche solo per un istante della loro vita – chi di voltarsi e andare ad affrontare il predatore, chi di sfuggire e nascondersi, e chi, addirittura, aveva immaginato di stendersi d’un tratto per terra e simulare la propria morte. Ma si è trattato di pensieri sfuggenti, a nessuna zebra che non sa di essere zebra è mai venuto in mente di comportarsi da non-zebra, e mettersi, per esempio, sola di traverso alla strada per impedire la corsa del predatore. Sono zebre, diamine.


Eppure, sebbene per un osservatore sia arduo distinguere un esemplare dall’altro, è utile sapere che una zebra del branco in oggetto, che per comodità identifichiamo con la lettera A, stamattina si è graffiata vicino all’occhio con una spina. La zebra B ha partorito poche ore fa. La zebra C stamattina ha alzato all’improvviso lo zoccolo della zampa destra, quella posteriore, mentre la zebra D si stava abbeverando in una pozza. La zebra E ha la zebra F al suo fianco che ha due anni di meno, mentre quella tre file più avanti, la zebra G, è l’animale più anziano del gruppo. C’è poi la zebra H che fino a qualche istante fa sostava all’ombra di un albero. Giusto a qualche passo di distanza due maschi, le zebre I e L lottavano per il predominio del territorio mentre tre femmine – M, N e O, l’ultima di nemmeno un anno – osservavano la scena tenendosi a distanza e dilatando le narici.


Una zebra, tra le zebre, corre a fianco dell’altra zebra. Le zebre tra loro si riconoscono. Forse non sapranno affatto di essere zebre – chissà cosa diavolo immaginano di essere le zebre – ma sanno che ogni zebra è diversa dall’altra. E quando corrono in gruppo e piegano verso destra come in questo momento, tra le zebre del branco c’è chi sa, per esempio, chi eseguirà la curva senza problemi e chi invece, in un attimo di distrazione, appoggerà malamente lo zoccolo sul terreno segnando così in un istante due destini opposti: il suo e quello del gruppo. Stesa al buio, la prossima notte, l’esemplare di femmina P che proprio ora, nel massimo sforzo, volta galoppando la testa all’indietro, avrà un occhio semiaperto e l’altro chiuso. Pur essendo abituata all’oscurità, attraverso l’occhio semiaperto vede, di tutte le zebre possibili, le due zebre Q e R accovacciate poco più in là e un pezzo della propria zampa.


Le zebre non sanno nulla della teoria del disorientamento del predatore, e dello sconvolgente impatto estetico che la compagine riesce a provocare nel predatore. Le zebre sanno solo che corrono. Non corre la specie zebra, corre la singola zebra che tende i muscoli nello sforzo e il cui cuore pulsa in modo incontrollato.


Sopra ogni altra cosa va annotato che le zebre, una per una o anche prese tutti insieme, se ne infischiano di tutto ciò. Continuano a galoppare spalla a spalla quasi con ostinazione, perché sebbene siano semplicemente zebre, sebbene forse non abbiano la più pallida idea di essere delle zebre, sanno che indipendente da ciò che sono, ciò che dà loro maggiori possibilità di sopravvivere come singole zebre è, paradossalmente, proprio correre insieme.

martedì 2 novembre 2010

Sulle potenzialità e i limiti dei corsi serali

Forse ogni volta che un essere umano plasma un pezzo di argilla rivive inconsciamente le emozioni provate da Dio all’atto della creazione dell’uomo. Ricondurre la materia dal caos all’ordine; trasformare un’idea, una rappresentazione, un modello mentale in un oggetto fisico; plasmare a proprio piacimento una massa informe per infonderle vita: mentre affondava finalmente le mani nell’argilla, Eva era pervasa da un’infinità di sensazioni e intuizioni.
Osservandola fino quasi a penetrarne la struttura, era smarrita e allo stesso tempo estasiata al pensiero che di tutte le forme che quella porzione di materia conteneva potenzialmente in sé, una sola sarebbe diventata manifestazione concreta e inequivocabile della sua volontà.
Ma se alcune impressioni, sebbene molto intense, erano per un verso riconducibile al lato razionale e stimolavano costantemente la riflessione, l’astrazione, il ragionamento, per l’altro il contatto sensuale, morbido e avvolgente delle mani con l’argilla, i movimenti lenti e misurati, la docilità di quella straordinaria insignificante massa nel reagire alla pressione delle sue dita le trasmettevano, fisicamente, una sensazione di equilibrio e serenità, di armonia interiore, di calma attiva e propositiva.
Aveva passato ore a decidere quale forma attribuire a quella materia che ne era priva. Al contrario degli altri iscritti al corso – meno entusiasti di lei, ma che al termine della prima lezione avevano prodotto una tale quantità di piccoli e semplici oggetti da far invidia a un mercatino d’antiquariato – lei aveva provato, sì, ad abbozzare qualcosa, ma nulla sembrava, se così si può dire, adeguato. Sentivo il desiderio - avrebbe poi raccontato - o per meglio dire la necessità, l’obbligo di fare anche solo un piccolo passo in più, uno sforzo seppur minimo per realizzare qualcosa che non fosse la solita scontata idea che viene in mente a chiunque si ritrovi per la prima volta con un pezzo di argilla in mano. Fu nel corso della terza lezione che le sue mani incominciarono a plasmare una forma che subito non riuscì a cogliere nel suo complesso. Ma aveva iniziato. Fu come un blackout attivo e creativo, nel corso del quale pur essendo impossibilitati a percepire ciò che si sta facendo, nulla ci impedisce di agire. Quando però un bel momento riemerse improvvisamente alla luce la lezione stava per finire, era tardi, doveva uscire, e fu come se di colpo un soldato le avesse strappato dalle braccia la sua neonata creatura.

Uscì dal portone disperata. Conoscevo quell’espressione che sintetizza sul medesimo volto il dolore del tormento e la gioia sublime dell’estasi creativa. Venendomi incontro, si affrettò a spiegarmi, aggrappandosi al mio avanbraccio, che aveva gettato – nel senso letterale del termine - le basi della sua idea. Improvvisamente tutto aveva acquisito un senso. Aveva cominciato a creare. Sai cosa ho iniziato a fare? Un vaso, disse. Un vaso dalle dimensioni straordinarie. Non immaginarti adesso chissà cosa, proseguì. Diciamo che si tratta di un vaso fuori dal comune, insomma, per darti un riferimento, delle proporzioni di una persona, né alta né bassa, né magra né grassa. Non pensare a una forma umana vera e propria, sarà un vaso a forma di vaso, ma dalle proporzioni umane.
Ci allontanammo lasciandoci sulla destra un rumoroso e numeroso capannello di partecipanti intenti a scambiarsi i manufatti prodotti nel corso della serata: si consumavano nei sorrisi e nei complimenti reciproci. I nostri sguardi non a caso si incontrarono, e non potemmo fare a meno di sorridere anche noi di quegli ingenui gattini azzurri, delle piccole mele, delle semplici piattini decorati con motivi floreali che con un eufemismo definimmo naif.
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Se paragonate alle asperità delle prime tre, le lezioni successive furono una lunga, impercettibile discesa. Ora dopo ora, lezione dopo lezione, pensava Eva, un piccolo, grezzo, semplice pezzo di argilla muta la sua natura per entrare a fare parte di un tutto, un complesso armonioso da me ordinato e strutturato. Tranquillamente ma inesorabilmente, il vaso cresceva. Le cresceva intorno. Ci furono lunghe ore in cui si trovò lei stessa all’interno del vaso per meglio modellarlo, quasi a volersi far contenere dal contenitore da lei stessa creato. E vi furono altri momenti nei quali quel vaso, idelmente, sembrava prestarsi davvero a metaforico contenitore di tutto ciò che la circondava.
Ogni volta che le mie mani, raccontava Eva, per quelle tre ore alla settimana affondano nell’argilla e sembrano mettersi a lavorare da sole, indipendentemente dalla mia coscienza ma malgrado tutto sotto l’impulso della mia volontà, il tempo smette di scorrere e mi sembra di trovarmi in un eterno presente in cui ogni evento non segue né precede l’altro, ma gli si affianca.
Fu forse a causa di questo scarto temporale che non aveva fatto in tempo a completare metà del vaso quando il corso, inesorabilmente, finì.

venerdì 23 gennaio 2009

Part time love

Alcuni miei amici l’hanno stipulato da poco. Non fanno altro che ripetermi che non tornerebbero mai indietro. Affermano che il caos in materia aveva raggiunto livelli intollerabili, e che le norme introdotte rappresentano solo il primo e più breve passo per iniziare a ridurre di molte unità una massa sterminata di infelici. Insomma, mi hanno aperto gli occhi: mi hanno fornito cifre, mostrato resoconti, illustrato statistiche. Mi hanno letto saggi e invitato a conferenze. Ma soprattutto mi hanno messo di fronte alla nuda realtà: mi hanno invitato da loro. Allora ho visto e compreso.

A e B, per esempio. Stanno insieme da 12 anni. Da tre mesi hanno stipulato un contratto di relazione a due part time. Hanno due case e due mondi, ognuno dei quali è influenzato dall’altro. Andate da B: sentirete la presenza di A anche se non è in casa. E così succederà se vi capiterà di trovarvi nell’appartamento di A: troverete B tra i libri, su una parete o un comodino, sotto il letto o nell’armadietto del bagno.
Il contratto di relazione a 2 part time prevede infatti che la coppia debba passare dalle 72 alle 96 ore settimanali insieme, sotto lo stesso tetto; di questo ammontare, almeno 48 devono essere congiunte da una notte passata insieme. Nello stesso arco di tempo si è poi tenuti a sostenere almeno un rapporto sessuale, che non deve coincidere necessariamente con la notte. E così nessun trasloco, niente traumi, nessun distacco, nessuna invasione. L’Altro entra nel tuo territorio in punta di piedi, discretamente: una borsa o uno zaino con dentro il minimo indispensabile per stare due giorni accanto, tra le stesse mura. Poi qualcosa lo si lascia – il necessario per la toeletta, biancheria di ricambio, abbigliamento da casa - ed ecco instaurarsi la contaminazione degli habitat, l’incontro light, la convivenza flessibile e a basso impatto emotivo.
A e B hanno ognuno un conto in banca, indipendente. Ma al momento della firma del contratto si sono impegnati ad aprire un conto on line – dunque privo di costi – intestato ad entrambi, sul quale hanno dovuto versare una cifra che varia individualmente in funzione del reddito, della scolarità e del sesso. L’ammontare rappresenta, non solo metaforicamente, le fondamenta per la costruzione di un rapporto solido, che non mette in bilancio esclusivamente costi affettivi.
È chiaro che il rapporto part time non prevede la riproduzione. Le gravidanze sono materia da codice penale e vengono pesantemente sanzionate. Sarebbe incosciente e immorale generare un figlio costretto a vivere tra i contrattori di una relazione part time. Il problema delle gravidanze part time non denunciate e dei cosiddetti figli in nero è stato risolto introducendo una visita medica obbligatoria per le donne part time ogni 3 mesi.
Ma non è tutto: se la donna rimane incinta, per essere in regola la coppia è tenuta a passare a un contratto a tempo pieno, che prevede tutta una serie di ben più ampie responsabilità. In caso contrario, il bambino viene affidato a una coppia full time con problemi di sterilità.

Ma i benefici del part time sono soprattutto affettivi, emotivi. A non fa in tempo a stancarsi di B che B se ne va a casa sua. B riesce appena a percepire e a soffrire l’assenza di A che A suona il campanello e sale le scale. Dopo tre giorni A desidera B e B non vede l’ora di andare da A. C’è un continuo rigenerarsi di energie e dii stimoli, un alternarsi di pieni e vuoti che fa sì che si apprezzino i lati positivi di entrambi.

Anche D l’aveva capito, sebbene ci fossimo conosciuti da poco.
Quando ieri, dopo estenuanti riflessioni le ho finalmente esposto le mie opinioni sull’argomento, lei mi ha detto C, potevi aspettare ancora un po’ a dirmelo. Poi, mentre ci abbracciavamo più forte che mai, D mi ha sussurrato nell’orecchio: sono incinta.

venerdì 16 gennaio 2009

Ragù filosofico.

Tra i molteplici metodi elaborati dall’essere umano per alleviare l’insofferenza, lo stress, l’ansia e l’inedia quotidiani, ve n’è uno che in maggior copia di altri dispensa piaceri non solo mentali, intellettuali e culturali, ma financo fisici e corporali. Un’arte che annovera tra le sue virtù il fatto di rappresentare nel medesimo tempo un esercizio indispensabile alla sopravvivenza dell’umana specie e una forma di espressione individuale, di equilibrio, armonia, pazienza e gusto. Un atto che richiede in ugual misura arte e tecnica, riflessione e pragmatismo, mente e braccio. La disciplina di cui sto celebrando le virtù è la cucina.

Procurati un sedano profumato, una carotina, una cipolla rossa di tropea, più dolce delle bianche; quindi uno spicchio d’aglio, delle foglie di sedano dissecate e un po’ di lardo; a ciò aggiungerai della buona carne tritata, che il macellaio avrà avuto la compiacenza di preparare davanti ai tuoi occhi, introducendo un pezzo di carne preventivamente sottoposto al tuo giudizio in una macchina d’acciaio, da cui fuoriusciranno serpentelli di rosea carne di vitello; fatti quindi preparare un po’ di salsiccia. Non dimenticare, infine, di procurarti dei pomidoro pelati, olio, sale, pepe, un bicchiere abbondante di un corposo vino rosso e qulche foglia di alloro.
Ordina tutti questi ingredienti sul tavolo della cucina. E disponi mente e corpo alla preparazione di un ragù filosofico.

Ora rilassati e concentrati. Prima di compiere qualunque azione, torna una volta ancora a rileggere le pagine delle Memorie di Adriano.
“Un Apicio va fiero della successione di portate, di quella serie di vivande piccanti o dolci, grevi o delicate, che compongono l’armonica disposizione dei suoi banchetti; e passi ancora se ciascuno di tali cibi fosse servito separatamente, assimilato a digiuno, sapientemente assaporato da un buongustaio dalle papille intatte. Ma serviti così giornalmente, alla rinfusa, in mezzo a una profusione banale, essi formano nel palato di chi mangia una confusione detestabile, nella quale odori, sapori, sostanze perdono il loro rispettivo valore, la loro squisita identità.”
Abbi dunque cura di rispettare te stesso e i tuoi commensali – nel caso in cui tu stia cucinando per altri – facendo seguire al ragù e alla pasta trafilata al bronzo che lo accompagnerà poche e ben selezionate portate, del superbo vino rosso e un caffè napoletano al termine del pasto.

Avvicinati allo stereo e scegli una musica. Classica, elettronica, pop: qualunque essa sia, fa in modo che le note ti rilassino e ti distendano, stimolino la tua fantasia e ti diano un ritmo sì intenso, ma mai frenetico. Cucinare richiede in primo luogo pazienza: la musica dovrà trasmetterti tale sensazione.

Elemento essenziale per la buona riuscita del ragù filosofico è il soffritto. Dunque sminuzzerai finemente cipolla, sedano, aglio e carota: una mezzaluna potrà esserti d’aiuto. Quindi taglia a tocchetti il lardo e schiaccialo. In una padella d’alluminio avrai messo qualche cucchiaio d’olio, che inizierai a far scaldare sul gas a fiamma bassa. Una fiamma moderata è indice di rispetto per i cibi e i loro sapori: le cotture lente e meditate creano sapori e armonie intense ed equilibrate. La fiamma alta sacrifica cibi e gusti in un rogo infame. Ricorda quindi di usare la fiama alta solo quando necessario e in ogni caso con parsimonia.

Nell’olio caldo metti il soffritto con il lardo. Gira il composto con un cucchiaio di legno, respira gli squisiti odori e segui con occhio attento il mutare dei colori degli ingredienti. Aspetta giusto qualche minuto. Non portare il soffritto troppo avanti nella cottura, perché dovrà ancora accompagnare la carne e la salsiccia, che avrai preparato in un piatto incorporandovi un po’ di sale e pepe. Non ti resta che aggiungerla al soffritto. Ora alza la fiamma e fa in modo che carne e salsiccia si rosolino. È importante fare in modo che il soffritto non bruci e la carne si imbrunisca rapidamente. Aggiungi il vino e alza la fiamma al massimo, governando il composto con il cucchiaio. Mentre il vino evapora, aggiungi le foglie di alloro. Una volta sfumata la maggior parte del vino e aver assaggiato il prodotto del momento, fatto ogni debito aggiustamento di sale e pepe, è tempo di incorporare i pomidoro. È quindi opportuno abbassare bruscamente la fiamma per disporsi alla parte più lunga, ma in fondo più semplice, dell’operazione. Ai pomidoro avrai sommato un pizzico di sale e le foglie di sedano essiccate. Copri la padella di alluminio con un coperchio. Presto il ragù inizierà a a cuocere: e sebbene da questo momento non sia più necessaria la tua presenza costante per governare il sugo, non allontanarti dalla cucina, ma siedi e attendi. Ascolta la musica. Respira gli odori che saturano l’aria. E ogni cinque-dieci minuti, torna ai fornelli e gira il ragù, osservando come il pomidoro si rapprenda e i gusti cambino ogni volta che assaggerai il sugo.

Agirai in questo modo per almeno un’ora, fin quando il ragù non sarà più rosso ma ormai marrone, il composto non sarà liquido ma denso, e il sapore sarà intenso e deciso, ma distinguerai con tua sorpresa tutti gli ingredienti in armonica ed equilibrata combinazione.

A proposito del Protocollo M.

Lettera aperta del sindaco del Comune di F. alle concittadine.

Nonostante il comma 21 della legge n° 32458 del 31/10/2004 vieti esplicitamente “la diffusione tra la popolazione di qualsiasi tipo di informazioni riguardanti il protocollo M”, mi trovo obbligata - considerato il mio ruolo istituzionale di rappresentante della comunità locale - a trasgredire la rigida normativa sopracitata.
Come forse solo le più anziane di voi possono ricordare, il Protocollo M indica il Programma di identificazione, isolamento ed eliminazione della specie Maschio, dove con Maschio si intende un organismo sottosviluppato di (presunta) origine umana che si distingue dal nostro – oltre che per il diametro sensibilmente inferiore della circonferenza cranica, le minute dimensioni corporee e qualche residuo di peluria sul labbro superiore, sulle gambe e all’interno delle cavità nasali – per la presenza di un minuscolo organo riproduttore posto tra gli arti inferiori.
Quest’organo – visibile solo grazie all’ausilio di un’apposita apparecchiatura tecnologica la cui scoperta è dovuta all’insaziabile sete di conoscenza e all’abnegazione della dott.ssa P. e di tutto il centro di ricerche da lei rappresentato – produce, se eccitato, una sostanza gelatinosa, semitrasparente e salata, denominata sperma, che ancora oggi è l’unica in grado di garantire la nostra riproduzione. La sostanza – oggi chiamata comunemente gel riproduttivo - viene da decenni commercializzata nelle farmacie convenzionate in tre fasce disitinte (Elite, Ceto Medio e Massa Generica) e venduta solo dietro presentazione di un valido documento di identità che attesti l’appartenenza a una delle tre classi, assieme a un bugiardino che ne illustra le proprietà, le modalità di impiego e le controindicazioni.
La raccolta, la selezione e lo stoccaggio dello sperma – una delle fasi più delicate del Protocollo M – ha permesso, nel corso dei decenni precedenti, di allocare in appositi magazzini refrigerati quantità tali da garantire – a livello teorico - la riproduzione di noi donne per almeno 615-630 anni. Nel frattempo, la genetica e la bioetica si sarebbero dovute occupare dell’individuazione di un sostanza artificiale, poco costosa e a basso impatto ambientale che sostituisse il gel riproduttivo.
L’incremento incontrollabile della richiesta di sperma nel corso degli ultimi anni – dovuto all’aumento esponenziale della qualità della vita, del prodotto interno lordo, della quantità di denaro pro capite, del livello di scolarizzazione: tutti risultati dell’applicazione su scala planetaria del Protocollo M. – sta però creando una situazione allarmante. Le scorte di sostanza riproduttiva sono ormai vicine all’esaurimento. Poche coppie di donne della classe Elite e Ceto Medio riescono ormai a trovare sperma delle rispettive classi, e si trovano costrette a riparare sullo sperma di qualità inferiore riservato alla Massa Generica. I risultati di questi indebiti incroci tra classi e qualità di sperma sono stati la nascita di diverse bambine che a stento superavano i rigorosi standard qualitativi stabiliti per le rispettive classi dall’UNESCO, tanto che nei casi più gravi le nostre autorità sono state invitate a ricorrere all’immediata eliminazione della neonata.
E se queste informazioni non rappresentano nulla di nuovo, pochi conoscono i dati sulla fase 3 del protocollo M., quella dell’eliminazione. I numeri forniti dai Governi attestano come l’eliminazione abbia toccato il 99,3% dei Maschi presenti sulla superficie planetaria. Ma sul restante 0,7% sembra non esistere alcun tipo di dato o informazione.
È su questo vuoto di informazioni che hanno lavorato, negli ultimi anni, numerosi centri di ricerca di tutto il mondo. Sapere qualcosa su quello 0,7% avrebbe forse permesso di trovare una soluzione alla progressiva riduzione delle scorte di sperma.
I risultati delle ricerche - coperti sì dal livello 1 di segretezza ma trapelati in alcuni ambienti – denunciano, sorprendentemente, una situazione drammatica.
Un recente studio condotto dell’università della città di N., per esempio, ha fatto emergere un’incredibile quantità di immagini, registrazioni e testimonianze di presenze maschili all’interno della relativa area metropolitana. Alcune videoregistrazioni effettuate da microtelecamere posizionate agli incroci delle strade mostrano figure maschili nella classica posizione da sonno. Altre li ritraggono in tipici comportamenti devianti, come il pensare a bocca aperta o l’introduzione delle dita delle mani in ogni cavità offerta dal loro volto.
Un’altra fonte di informazioni è costituita dai filmini amatoriali girati all’interno delle abitazioni private. Il resoconto video di un party organizzato nella città di B. documenta la presenza di ben tra figure maschili all’interno dello stesso appartamento: la prima viene sfuggevolmente inquadrata mentre guarda la televisione; una seconda vomita nel bagno di servizio; del terzo maschio si coglie solo l’immagine riflessa in uno specchio, intento a osservarsi da vicino.
Ciò che desta maggiori preoccupazioni all’interno della nostra comunità è che la stessa Facoltà di Sociologia della nostra città ha fornito a me due settimane fa prove evidenti della presenza, all’interno dei confini del nostro territorio, di almeno tre-quattro individui maschi. Ad aggravare la circostanza concorrono le testimonianze di due concittadine che raccontano di essersi scontrate per strada contro quelle che sembravano due figure maschili che correvano guardandosi continuamente le spalle. Le due donne, immediatamente ricoverate d’urgenza nel reparto intensivo, hanno dimostrato segni di inedia, apatia, calo del desiderio e una notevole diminuzione del quoziente intellettivo, oltre a tutta una serie di conseguenza di minore importanza quali improvvisi gesti di arroganza, crisi di astinenza da droghe pesanti e tendenza ad esprimersi in modo monosillabico.
Senza voler creare nessun inutile allarmismo, questa lettera aperta vuole rompere il guscio di omertà sull’argomento e mettere tutta la comunità di fronte ai rischi che ognuna di noi, ogni giorno e nelle circostanza più comuni, può correre passeggiando tranquillamente per la strada.
D’intesa con la stessa facoltà di sociologia, la provincia e il comune di B. hanno redatto un sintetico vademecum che spiega come identificare la specie Maschio e in che modo difendersi da eventuali contatti e/o aggressioni.
Il vademecum sarà disponibile da lunedì prossimo c.m. e verrà distribuito alle fascie Elite e Ceto Medio in uffici, scuole, università, centri commerciali, palestre, centri di bellezza, aeroporti, al costo di 5 € a copia.
Riassumendo per sommi capi gli argomenti principali trattati nel vademecum, si ricorda che il genere Maschio, nella parabola conclusiva del suo breve processo evolutivo, ha assunto via via sempre più caratteristiche femminili, tanto che gli ultimi maschi si potevano definire – dal punto di vista esteriore - vere e proprie donne. Ciò che però la subspecie Maschio non è riuscita a modificare è lo stile di vita e gli inveterati abiti comportamentali. Perciò, se vi state chiedendo se quella di fronte a voi sia davvero una donna o se quel pelo superfluo sul labbro superiore non nasconda un minuscolo organo riproduttore tra le gambe, ponete il soggetto in questione davanti a una qualsiasi scelta: se non prende una decisione entro 5 secondi l’avrete smascherato. Altri sistemi dimostratisi efficaci per l’identificazione sono l’incapacità del maschio a seguire il Programma Quotidiano di Organizzazione del Tempo per la Classe Elite di secondo livello, l’intensivo. Mentre una donna Elite può tollerare un programma intensivo di 90-100 giorni prima di entrare nella fase di decompressione (fase che viene gestita con l’aiuto dello psicologo, attività sportiva indoor e trattamenti estetici), un Maschio crolla, mediamente, tra il ventesimo e il ventiduesimo minuto.
Altra caratteristica del Maschio è il consumo sregolato di sostanze stupefacenti, siano esse leggere o pesanti. Per questo motivo si è deciso di evitare il consumo della dosi di droghe e farmaci mensili pro capite stabilita per legge nei locali pubblici, restringendo l’assunzione alle sole aree private. Per una semplice dose di cocaina un Maschio è pronto a uccidere.
L’ultimo avvertimento riguarda la cura della propria igiene personale. Il Maschio è istintivamente attratto dall’odore prodotto dai nostri organi sessuali. Si raccomanda quindi alle classi Elite e Ceto Medio l’utilizzo di prodotti specifici, disponibili d’ora in avanti anche nel circuito della grande distribuzione.
Per qualsiasi informazione, segnalazione o approfondimento è possibile chiamare il numero verde 800404080 al costo di 1 € al minuto da telefoni fissi e mobili delle classi Elite e Ceto Medio.


Il sindaco di F.




martedì 19 giugno 2007

Sulla morte di Antinoo

A proposito dell’insospettabile rilevanza di una nota a piè pagina.

Fedele al costume di Racine il quale, nella prefazione delle tragedie, enumera accuratamente le fonti, la scrittrice Marguerite de Crayencour – anagrammatasi Yourcenar, francese di padre e belga di madre - chiude l’edizione italiana delle Memorie di Adriano con una Nota di 12 pagine (da pag. 305 a pag. 317), in cui fornisce un’accurata documentazione dei testi su cui si è basata per ricostruire la vita dell’imperatore Elio Adriano.
A una seconda e ben più sintetica nota - questa a volta a piè pagina 312 della Nota di cui sopra - è invece affidata una non meno rilevante considerazione: ‘Non si denuncerà mai abbastanza il fatto’ – scrive la de Crayencour – ‘che libri rari, esauriti, trovabili soltanto sugli scaffali di qualche biblioteca, o articoli pubblicati su vecchi numeri di riviste di alta cultura, per l’immensa maggioranza del pubblico sono totalmente inaccessibili. Novantanove volte su cento, il lettore desideroso di apprendere, ma privo di tempo e privo delle poche nozioni tecniche familiari all’erudito di professione, resta – volente o nolente – alla mercè di opere divulgative, scelte più o meno a caso; di queste, a loro volta, le più pregevoli, non sempre ristampate, diventano introvabili. Quella che noi chiamiamo la nostra cultura è più di quel che si creda una cultura per iniziati.’
Se per un verso, dunque, la Yourcenar tiene a dichiarare al lettore di aver costruito la narrazione basandosi su fonti storiche - tanto da indicare, ancora nella Nota, ‘alcuni tra i luoghi, non molto frequenti, nei quali si è aggiunto qualche cosa alla storia o la si è cautamente modificata’ – per l’altro la stessa autrice non si esime dal giudicare la reperibilità delle fonti stesse – in altre parole le prove che attestano la veridicità del racconto – una questione ‘per iniziati’.
Ho detto quasi sempre la verità, sembra dire tra le righe la de Crayencourt, e questa verità si fonda su una precisione filologica che non esito a mettere nero su bianco. Ma se voi, normali lettori, provate a ricostruire i fatti, novantanove volte su cento non giungerete a nulla perché la cultura è distante, arroccata in una turris eburnea accessibile solo a quei pochissimi eruditi di professione che sanno penetrarne i misteri. Perché, in conclusione, arrischiarsi in un’impresa che ha tutti presupposti per fallire se c’è qualcuno – io, Marguerite - che l’ha già affrontata e superata? Le Note da me vergate placano la sete di curiosità di una moltitudine di infelici, normali lettori alla disperata ricerca di inaccessibili fonti.

Alla rigorosa filologica dell’autrice non si sottrae nemmeno uno degli episodi centrali del romanzo: la morte di Antinoo, il giovane amante dell’imperatore misteriosamente deceduto a soli vent’anni. All’episodio sono infatti dedicate alcune righe tra le pagine 313 e 314: ‘Per le circostanze, così oscure, della morte di Antinoo, vedi W. Weber, Drei Untersuchungen zur aegyptisch-griechischen Religion, Heidelberg 1911 (…)’
Ma anche in questa circostanza l’informazione confonde le idee invece che chiarirle. Perché se da un lato l’autrice lascia l’episodio nell’oscurità, il protagonista del racconto a cui essa stessa dà voce, Elio Adriano, ha sull’argomento idee molto più chiare. Per essere più precisi, mentre la morte di Antinoo viene descritta tra la fine di pag 186 e l’inizio di pag 187, Adriano ne anticipa la sua lettura diverse volte. A pagina 163, per esempio, quando scrive ‘mi dico che il suicidio non è poi così raro, che è un fatto abbastanza comune morire a vent’anni’, o ancora, dieci pagine più avanti, quando sostiene che ‘un essere che aveva orrore della decadenza fisica, della vecchiaia, da tempo aveva dovuto ripromettersi di suicidarsi al primo indizio di quella decadenza, o anche molto prima’.
La soluzione estrema scelta da Antinoo – il suicidio – sembra dunque, secondo Adriano, non il risultato di una improvvisa illuminazione o di un raptus. Stando al suo racconto è piuttosto una lenta presa di coscienza che si rafforza nel breve arco della sua esistenza in coincidenza di determinati avvenimenti. Narra ancora a tal proposito Adriano: ‘pochi giorni prima di partire da Antiochia, mi recai, come in altri tempi, a sacrificare in vetta al monte cassio. L’ascensione fu fatta di notte. (…) Un temporale, previsto da tempo da Ermogene, che si intende di meteorologia, si scatenò a un centinaio di passi dalla cima. (…) L’esigua compagnia si affrettò attorno all’altare disposto per il sacrificio. Questo stava per compiersi allorchè un fulmine, balenando su di noi, uccise d’un colpo solo il vittimario e la vittima. (…) Antinoo, aggrappato al mio braccio, non tremava già di terrore come credetti allora, ma percorso da un’idea che compresi più tardi. (…) La folgore del monte cassio gl’indicava una soluzione: la morte poteva diventare una forma estrema di devozione, l’ultimo dono, il solo che sarebbe rimasto’.

Di fronte a tali affermazioni un lettore attento non può fare a meno di notare lo scarto tra la versione – o meglio la non-versione – fornita dall’autrice (la quale, lo ribadiamo, definisce così oscure le circostanze della morte di Antinoo proprio perché non trova alcuna fonte che getti luce su quest’episodio centrale della vita dell’imperatore) e la ricostruzione fornita dal diretto interessato, Adriano stesso.
Che quelle oscure circostanze - trasformatesi nelle parole di Adriano in suicidio – segnalino proprio uno dei rari luoghi in cui l’autrice ha aggiunto o modificato qualcosa alla storia? In altri termini, Adriano dice il vero? Antinoo si è davvero tolto la vita?
La tesi della morte volontaria, esplicitamente sostenuta dall’imperatore, entra però in conflitto con altre sue affermazioni. A ben guardare, infatti, la fitta trama del romanzo sembra rivelare, in più di un punto, diverse smagliature. Dalla narrazione emerge infatti chiaramente il fatto che è Adriano, col passare del tempo, a stancarsi di Antinoo: ‘il mio pastorello (…) non era più il fanciullo zelante che, alle soste, si gettava da cavallo per offrirmi l’acqua delle sorgenti attinta nel cavo delle sue palme; ora il donatore conosceva il valore immenso dei suoi doni.’ È nella vita di Adriano, e non in quella del suo compagno, che ricompare la passione per i profumi, la ricercatezza, il lusso freddo della acconciature. È Adriano che riprende a frequentare giovani amanti. È Adriano che, nel corso di una notte trascorsa a Smirne, costringe il suo amato a subire la presenza di una cortigiana. È Adriano che per primo sente il peso dell’amore, ‘come quello d’un braccio teneramente posato sul petto che a poco a poco si rende pesante’. È ancora Adriano a confessare che ‘l’assuefazione avrebbe condotto il loro rapporto a una fine senza gloria, ma ma anche senza disastri, che la vita procura a tutti coloro che non le ricusano il lene logorio del tempo’. È sempre Adriano, e non Antinoo, a sentire ‘il bisogno di ferire quella tenerezza ombrosa, che rischiava di costituire un impaccio nella mia vita’. È infine Adriano a percuotere Antinoo, e non il contrario.

‘Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale dobbiamo chiamarlo, a proporzioni esatte’, afferma sorprendentemente, in una sorta di involontaria e inconsapevole rivelazione, Adriano. Ed è ciò che con i pochi mezzi messi a disposizione dall’autrice stiamo cercando di fare anche noi.
Ma se mai vi chiederete, di fronte a una delle innumerevoli statue del giovinetto di Bitinia volute dall’imperatore, perché gli scultori abbiano attribuito a quella giovane e bella bocca una tale piega amara, pensate al gesto di un amante, che dichiarandosi responsabile della bellezza del mondo, interrompe la vita dell’amato per sottrarla all’inesorabile corruttibilità del tempo e fissarla per sempre nella sua forma ideale.