S’i fosse foco, mi spegnerei
S’i fosse acqua, evaporerei
S’i fosse vento, m’acqueterei
S’i fosse sole, m’offuscherei.
S’i fosse uccello, camminerei
S’i fosse gatto, abbaierei
S’i fosse pianta, appassirei
S’i fossi rosa, non pungerei.
S’i fosse tempo, non scorrerei
S’i fosse vetta, m’appiattirei
S’i fosse sogno, mi sveglierei
S’i fosse Dio, bestemmierei.
S’infin io fosse, non più sarei.
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martedì 26 maggio 2009
martedì 12 giugno 2007
Free thinking
‘Governare non è un atto del pensiero’.
Ecco come mi sono innamorato di questa frase: erano giorni che cercavo di trovare un’espressione sintetica ed efficace, e soprattutto filosofica, per ciò che mi frullava da tempo per la testa, e a fornirmi su un piatto d’argento la soluzione è stato nientemeno che il prof. Padoa Schioppa.
Governare non è un atto del pensiero. Così, l’altra sera, risponde il ministro al giornalista che lo accusa di aver fatto poco rispetto a quanto programmato dal governo. Come dire: un conto è pensare le riforme, un altro è attuarle; un conto è mettersi attorno a un tavolo e riempire delle pagine bianche con le migliori riforme mai vergate da mano umana, un altro è – una volta al governo – trasformare questi liberi, gratuiti e sopraffini atti di pensiero in altrettante azioni di governo.
C’è chi nel passato ha cercato di gettare discredito sui Liberi Atti di pensiero, affermando che in fondo fantasticare sia la cosa più facile del mondo. Dico, stiamo scherzando? Noi non elaboriamo atti del pensiero qualunque. Noi viviamo e ci nutriamo di atti del pensiero di livello elevatissimo. Siamo dei raffinati, noi. In quanto ad atti di pensiero non siamo secondi a nessuno. Siamo infatti capaci di compiere atti del pensiero con tale forza e intensità da confonderli sovente con la bieca quotidianità.
Facciamo un esempio. Pensate per esempio a un mondo senza guerre. Pensato? Bravissimi! Non è fantastico? Dio mio, se chiudo gli occhi mi vengono i brividi dall’emozione… facile, no? Insomma è grandioso! Abbiamo pensato a un mondo senza guerre, è bellissimo, l’hai pensato anche tu? Davvero? Allora Stop alle Guerre, senza indugio. Qui e ora. Che odio la guerra. Che brutto. Deponete le armi e dialoghiamo. Scendiamo in piazza e gridiamolo al mondo, ecco il nostro Atto di pensiero. Allora vuol dire che se possiamo immaginare idee del genere possiamo fregiarci del titolo di Pacifista, colui che rifiuta la guerra. Non è fantastico? Una moltitudine di persone che condivide il medesimo atto di pensiero, ‘Stop alla guerra globale’. Cosa importa, poi, se nei fatti la guerra sia un dato costante, ineliminabile, essenziale della vita reale? Cosa importa se le dichiarazioni ideali non si sono mai trasformate anche solo in vaghe ipotesi di metodologie operative? Noi non proponiamo certo soluzioni. Non abbiamo nessuna intenzione di metterci a ragionare concretamente e realisticamente su come idee così alte siano applicabili all’infima realtà quotidiana. Non vogliamo certo sporcarci le mani. E poi, non siamo certo politici o militari. Ma siamo gente che pensa, questo sì. E abbiamo diritto di esprimere il nostro pensiero.
E poi – dato assai rilevante - gli atti di pensiero sono davvero democratici. Adulti, bambini, politici, pensionati, operai, manager, ladri, assassini: tutti possono sognare, e fantasticare non costa nulla. E chiunque sarà d’accordo nel sostenere che gli Atti di pensiero fanno da sempre la loro porca figura, soprattutto ultimamente. Provate infatti a cambiare anche solo di poco la realtà in senso positivo: nessuno se ne accorgerà, anzi ve lo rimprovereranno. Formulate, invece, un iperbolico Atto del pensiero: verrete celebrato come Eroe, come Genio dell’Umanità, come Salvatore.
Dunque non esiste ragione in base alla quale gli atti del pensiero debbano acquisire la pragmaticità dell’azione reale. In fondo, detto tra noi, chissenefrega? È del tutto ininfuente. Anzi, devono ben guardarsi dal farlo. Del resto, chi ha voglia di misurarsi con la realtà? Meglio non confondersi con essa. Troppo complicata. Sappiamo già come va a finire: la realtà è immodificabile, una qualsiasi nostra azione concreta – qualsiasi valore essa abbia - non potrà mai contribuire a cambiare alcunchè, dunque dimentichiamoci delle azioni, e affidiamoci agli atti di pensiero. Lasciateci crogiolare nella constatazione che noi, quantomeno, siamo in grado di formulare pensieri di tale vastità, siamo capaci di andare oltre la mera quotidianità, siamo capaci di slanci, di ebbrezza, di passione, di orizzonti.
Ecco come mi sono innamorato di questa frase: erano giorni che cercavo di trovare un’espressione sintetica ed efficace, e soprattutto filosofica, per ciò che mi frullava da tempo per la testa, e a fornirmi su un piatto d’argento la soluzione è stato nientemeno che il prof. Padoa Schioppa.
Governare non è un atto del pensiero. Così, l’altra sera, risponde il ministro al giornalista che lo accusa di aver fatto poco rispetto a quanto programmato dal governo. Come dire: un conto è pensare le riforme, un altro è attuarle; un conto è mettersi attorno a un tavolo e riempire delle pagine bianche con le migliori riforme mai vergate da mano umana, un altro è – una volta al governo – trasformare questi liberi, gratuiti e sopraffini atti di pensiero in altrettante azioni di governo.
C’è chi nel passato ha cercato di gettare discredito sui Liberi Atti di pensiero, affermando che in fondo fantasticare sia la cosa più facile del mondo. Dico, stiamo scherzando? Noi non elaboriamo atti del pensiero qualunque. Noi viviamo e ci nutriamo di atti del pensiero di livello elevatissimo. Siamo dei raffinati, noi. In quanto ad atti di pensiero non siamo secondi a nessuno. Siamo infatti capaci di compiere atti del pensiero con tale forza e intensità da confonderli sovente con la bieca quotidianità.
Facciamo un esempio. Pensate per esempio a un mondo senza guerre. Pensato? Bravissimi! Non è fantastico? Dio mio, se chiudo gli occhi mi vengono i brividi dall’emozione… facile, no? Insomma è grandioso! Abbiamo pensato a un mondo senza guerre, è bellissimo, l’hai pensato anche tu? Davvero? Allora Stop alle Guerre, senza indugio. Qui e ora. Che odio la guerra. Che brutto. Deponete le armi e dialoghiamo. Scendiamo in piazza e gridiamolo al mondo, ecco il nostro Atto di pensiero. Allora vuol dire che se possiamo immaginare idee del genere possiamo fregiarci del titolo di Pacifista, colui che rifiuta la guerra. Non è fantastico? Una moltitudine di persone che condivide il medesimo atto di pensiero, ‘Stop alla guerra globale’. Cosa importa, poi, se nei fatti la guerra sia un dato costante, ineliminabile, essenziale della vita reale? Cosa importa se le dichiarazioni ideali non si sono mai trasformate anche solo in vaghe ipotesi di metodologie operative? Noi non proponiamo certo soluzioni. Non abbiamo nessuna intenzione di metterci a ragionare concretamente e realisticamente su come idee così alte siano applicabili all’infima realtà quotidiana. Non vogliamo certo sporcarci le mani. E poi, non siamo certo politici o militari. Ma siamo gente che pensa, questo sì. E abbiamo diritto di esprimere il nostro pensiero.
E poi – dato assai rilevante - gli atti di pensiero sono davvero democratici. Adulti, bambini, politici, pensionati, operai, manager, ladri, assassini: tutti possono sognare, e fantasticare non costa nulla. E chiunque sarà d’accordo nel sostenere che gli Atti di pensiero fanno da sempre la loro porca figura, soprattutto ultimamente. Provate infatti a cambiare anche solo di poco la realtà in senso positivo: nessuno se ne accorgerà, anzi ve lo rimprovereranno. Formulate, invece, un iperbolico Atto del pensiero: verrete celebrato come Eroe, come Genio dell’Umanità, come Salvatore.
Dunque non esiste ragione in base alla quale gli atti del pensiero debbano acquisire la pragmaticità dell’azione reale. In fondo, detto tra noi, chissenefrega? È del tutto ininfuente. Anzi, devono ben guardarsi dal farlo. Del resto, chi ha voglia di misurarsi con la realtà? Meglio non confondersi con essa. Troppo complicata. Sappiamo già come va a finire: la realtà è immodificabile, una qualsiasi nostra azione concreta – qualsiasi valore essa abbia - non potrà mai contribuire a cambiare alcunchè, dunque dimentichiamoci delle azioni, e affidiamoci agli atti di pensiero. Lasciateci crogiolare nella constatazione che noi, quantomeno, siamo in grado di formulare pensieri di tale vastità, siamo capaci di andare oltre la mera quotidianità, siamo capaci di slanci, di ebbrezza, di passione, di orizzonti.
lunedì 11 giugno 2007
L'etica della deresponsabilizzazione
Anche i politici sono concordi nel constatare la crisi della politica. Della politica, appunto, e non dei politici. La distinzione è fondamentale. Sembra che a essere messe sotto accusa non siano le azioni di un gruppo di individui – dunque una serie di fatti, persone, programmi e strategie - ma piuttosto un’entità superiore, astratta, incorporea, ideale – la Politica, appunto – che dagli spazi iperuranici muove a suo piacimento i nostri malcapitati politici, togliendo loro ogni possibilità di reazione, ogni tentativo di ribellione.
I politici, in realtà, non parlano mai. È la Politica a parlare per bocca loro. I poveretti vorrebbero ogni tanto provare a dire qualcosa di diverso, vorrebbero provare a fare qualcosa, ma sono le leggi della maledetta Politica ad impedirlo, dannazione. Siamo spiacenti, ma non possiamo proprio farci nulla.
Sembra quasi che la cosa non li riguardi. La Politica è un gioco più grande di loro, non un gioco creato da loro stessi. La Politica è un ente lontano, separato, impenetrabile, che condanna chi ne subisce il fascino a una vita forzata, a scelte obbligate anche se impopolari o palesemente ingiuste.
Altro che etica della responsabilità! Questa tendenza alla passività, a deresponsabilizzare le proprie azioni e il proprio ruolo, a spersonalizzare l’esperienza umana, a delegare ad altri ciò che dovrebbe competere a noi stessi, a scaricare le responsabilità su forze sovrumane che orientano i nostri destini non è caratteristica esclusiva della politica, ma è una vera e propria malattia che colpisce ogni ambito dell’esistenza contemporanea.
Per dirla in altre parole, e solo per fare qualche esempio, non esistono più scienziati, ma la Scienza, entità dalla potenza spaventosa e incontrollabile, che dei semplici ricercatori non sono certo in grado di gestire e tenere sotto stretto controllo.
Non esistono più tecnici, ma la Tecnica, tanto che Umberto Galimberti è costretto a scrivere, nel saggio L’uomo nell’età della tecnica sull’ultimo numero di MicroMega, che ‘la Tecnica è diventata oggi il vero motore della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati.’
E ancora. Come scrive Raniero La Valle nell’articolo intitolato Un nuovo Pacifismo, ‘la selezione la fanno i Mercati (maiuscolo – compresi i sucessivi - dell’autore dell’articolo), che sono entità astratte, irresponsabili. Sono loro che votano. La Mano che divide, che separa, che discrimina, che licenzia, è la Mano Invisibile del Mercato’.
Non esistono più eserciti, armi, soldati, ma la Guerra, mostruoso incubo che ci costringe – nostro malgrado – a usare violenza, ad aggredire e invadere, a uccidere e torturare.
Non esistono le scelte o le responsabilità personali ma la Società, ente multiforme e impalpabile che orienta i nostri gusti, le nostre scelte, le nostre azioni, senza lasciarci alcuna possibilità di scelta individuale.
Ecco: sono queste e tante, tantissime altre Mani Invisibili a muovere noi, povere marionette indifese. Siamo come creta nelle mani di questo nefasto Olimpo contemporaneo: un’insieme di Potenze Oscure che ci sovrastano e ci plasmano a loro piacimento.
Il risultato di questa linea di pensiero è che gli individui (soprattutto i veri responsabili) come per magia scompaiono, oppressi e annullati da immense forze esterne che li dominano come e più dei tiranni. Contro tali forze incommensurabili, gli esseri umani non possono fare altro che subire e adeguarsi, conformandosi senza possibilità di scampo alle leggi dei rispettivi carnefici. Gli uomini non sono più responsabili di nulla, ma si trasformano semplicemente in vittime. Vittime designate di oscure trame ordite alle nostre gracili, misere spallucce.
A questo, buffoni che non siamo altro, ci siamo ridotti: ad affermare di non poter fare nulla per difenderci da noi stessi.
I politici, in realtà, non parlano mai. È la Politica a parlare per bocca loro. I poveretti vorrebbero ogni tanto provare a dire qualcosa di diverso, vorrebbero provare a fare qualcosa, ma sono le leggi della maledetta Politica ad impedirlo, dannazione. Siamo spiacenti, ma non possiamo proprio farci nulla.
Sembra quasi che la cosa non li riguardi. La Politica è un gioco più grande di loro, non un gioco creato da loro stessi. La Politica è un ente lontano, separato, impenetrabile, che condanna chi ne subisce il fascino a una vita forzata, a scelte obbligate anche se impopolari o palesemente ingiuste.
Altro che etica della responsabilità! Questa tendenza alla passività, a deresponsabilizzare le proprie azioni e il proprio ruolo, a spersonalizzare l’esperienza umana, a delegare ad altri ciò che dovrebbe competere a noi stessi, a scaricare le responsabilità su forze sovrumane che orientano i nostri destini non è caratteristica esclusiva della politica, ma è una vera e propria malattia che colpisce ogni ambito dell’esistenza contemporanea.
Per dirla in altre parole, e solo per fare qualche esempio, non esistono più scienziati, ma la Scienza, entità dalla potenza spaventosa e incontrollabile, che dei semplici ricercatori non sono certo in grado di gestire e tenere sotto stretto controllo.
Non esistono più tecnici, ma la Tecnica, tanto che Umberto Galimberti è costretto a scrivere, nel saggio L’uomo nell’età della tecnica sull’ultimo numero di MicroMega, che ‘la Tecnica è diventata oggi il vero motore della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati.’
E ancora. Come scrive Raniero La Valle nell’articolo intitolato Un nuovo Pacifismo, ‘la selezione la fanno i Mercati (maiuscolo – compresi i sucessivi - dell’autore dell’articolo), che sono entità astratte, irresponsabili. Sono loro che votano. La Mano che divide, che separa, che discrimina, che licenzia, è la Mano Invisibile del Mercato’.
Non esistono più eserciti, armi, soldati, ma la Guerra, mostruoso incubo che ci costringe – nostro malgrado – a usare violenza, ad aggredire e invadere, a uccidere e torturare.
Non esistono le scelte o le responsabilità personali ma la Società, ente multiforme e impalpabile che orienta i nostri gusti, le nostre scelte, le nostre azioni, senza lasciarci alcuna possibilità di scelta individuale.
Ecco: sono queste e tante, tantissime altre Mani Invisibili a muovere noi, povere marionette indifese. Siamo come creta nelle mani di questo nefasto Olimpo contemporaneo: un’insieme di Potenze Oscure che ci sovrastano e ci plasmano a loro piacimento.
Il risultato di questa linea di pensiero è che gli individui (soprattutto i veri responsabili) come per magia scompaiono, oppressi e annullati da immense forze esterne che li dominano come e più dei tiranni. Contro tali forze incommensurabili, gli esseri umani non possono fare altro che subire e adeguarsi, conformandosi senza possibilità di scampo alle leggi dei rispettivi carnefici. Gli uomini non sono più responsabili di nulla, ma si trasformano semplicemente in vittime. Vittime designate di oscure trame ordite alle nostre gracili, misere spallucce.
A questo, buffoni che non siamo altro, ci siamo ridotti: ad affermare di non poter fare nulla per difenderci da noi stessi.
giovedì 24 maggio 2007
A proposito di Todorov e della natura umana
Eppure Todorov aveva cominciato bene.
Sul buono e il cattivo uso di ‘natura umana’: così recita l’intrigante titolo del suo ultimo saggio, pubblicato sul numero attualmente in edicola di Micromega. E vista la quantità di pseudopensieri da me elaborati sul medesimo argomento, lo scritto di Todorv mi ha fatto subito venire l’acquolina in bocca. L’idea di poter leggere le considerazioni di uno dei più importanti intellettuali contemporanei mi è sembrato un vero e proprio colpo di fortuna.
L’entusuasmo non è venuto meno nemmeno alla lettura del sottotitolo: ‘il dibattito sulla natura umana non si è spento, tutt’altro; ma se ha ancora senso utilizzare oggi questa nozione non può essere né alla maniera di Montaigne – ‘tutto è cultura’ – né secondo la prospettiva di Diderot – ‘tutto è natura’ – bensi prolungando le domande che furono di Rousseau, e cercando risposte che siano ancora più adeguate’. Ipse dixit.
Beh, anche se mi aspettavo qualche accenno in più sul significato contemporaneo della natura umana, la strada proposta da Todorov mi sembra estremamente interessante – anche se colpisce che la squadra messa in campo per affrontare l’argomento sia composta unicamente di tre transalpini, pare gli unici deputati a esprimersi adeguatamente intorno all’uso della nozione di natura umana.
Ma se questo team ci aiuterà a trovare risposte adeguate alle mutate esigenze dei tempi, ben venga! Del resto che questo sia il programma dichiarato di Todorov, lo si evince dalle prime righe del saggio vero e proprio: ‘parlerò del presente servendomi di parole passate, proprio perché le percepiamo come parole, e ne diffidiamo’. Chiarissimo. Un programma che chiamerei di filosofia vintage. Proseguendo nella lettura, le prime parole passate che ci vengono presentate sono quelle di Montaigne, con particolare riferimento al saggio Della consuetudine. Ebbene, come già anticipato nel sottotitolo, Todorov ci invita a diffidare delle parole – e della definizione – di Montaigne, il quale sostiene che ‘le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi approvati e accolti attorno a lui, non può disfarsene senza rimorso né conformarvisi senza soddisfazione’. Per rendere la posizione di Montaigne insostenibile, Todorov in primo luogo definisce aporie i suoi argomenti, poi smonta un supposto sillogismo, finendo col liquidare la sua posizione identificandola con uno scetticismo negatore.
Stessa sorte è riservata al secondo transaplino, Diderot, tirato in ballo in quanto autore del Supplemento al viaggio di Bouganville e portabandiera della seconda corrente di pensiero, quella che sostiene - per farla breve – che ‘tutto è natura, per cui l’essere umano – scrive Todorov – è interamente determinato, stavolta però non dalla cultura ma dalla natura, egli non dispone di alcuna libertà personale, di alcuna capacità di sfuggire alla sua sorte, stabilita una volta per tutte.
Non ci resta che Rousseau. Del resto il sottotitolo ci aveva avvertito: se vogliamo saperne qualcosa di più la strada da percorrere è la sua. E se per molti versi – ci spiega Todorov – Rousseau concorda con Montaigne, se ne distacca su pochi ma essenziali argomenti. In primis, mentre le generalizzazioni prese in considerazione da Montaigne sono delle semplici induzioni, Rousseau sostiene che la natura umana esiste ma non è accessibile all’induzione: non è sommando conoscenze particolari che si attende al generale, bensì formulando delle ipotesi sulla struttura di ciascun fenomeno. Punto di partenza di siffatto programma è la celebre formula ‘cominciamo dunque con lo scartare tutti i fatti’.
C’è poi un secondo, fondamentale aspetto che distingue in modo netto le posizioni dei due francesi: secondo Rousseau ‘le regole della morale non dipendono dagli usi dei popoli’, ed ‘esistono le leggi eterne della natura e dell’ordine’: ‘vi è dunque nel fondo della nostra anima un principio innato di giustizia e virtù, in base al quale, malgrado le nostre massime, giudichiamo le nostre e le altrui azioni come buone o cattive’.
Ci pare di capire di essere arrivati finalmente al nocciolo della questione: l’uomo non è affatto un cane o un lupo, e di conseguenza non può essere lo zoologo a detenere la verità della specie umana, ma – direbbe Rousseau – è il filosofo, o meglio – secondo T – lo psicologo, l’antropologo, lo storico, sempre che non si lascino condizionare da dettagli o fatti troppo particolari.
A questo punto della lettura mi sento sempre più vicino alla verità, alla rivelazione. È ora che Todorov abbandoni le parole passate per offrirci la visione contemporanea della natura umana, anche se oggi la chiamiamo con altri nomi. E invece? Invece nulla. Volto pagina e il saggio, incredibilmente, termina. Ecco le laconiche, conclusive righe: ‘Sicchè al termine del percorso, siamo ricondotti al punto di partenza: dopo questa rievocazione degli usi della natura umana, resta da porsi senza scrupoli la questione di fondo: che cosa è? ma qui mi fermo’.
Avete capito? Ma qui mi fermo! Come dire: non è compito mio andare oltre. Io posso raccontarvi per filo e per segno cos’hanno detto gli altri, posso andare a scovare scritti di primaria rilevanza sull’argomento e metterli a confronto con acume, facendo emergere i loro punti di forza e le evidenti debolezze. Ma non chiedetemi di fare affermazioni riguardo all’oggi!
E dunque? Rimaniamo a bocca asciutta. Eppure l’esordio ci aveva incuriosito. ‘Parlerò del presente servendomi di parole passate’ – è un po’ l’idea della filosofia vintage che ho illustrato in qualche altro pensiero precedente, ma del presente non c’è nemmeno l’ombra. Anzi, dopo aver seguito Todorov nella sua preziosa ricostruzione, una volta arrivati al momento clou – il presente – Todorov si tira indietro. Qui mi fermo, dice Todorov. Inutile spingersi oltre, tanto non diremmo nulla di rilevante rispetto ai tre francesi. Bastano loro per raccontarci cos’è la natura umana oggi.
A chi giova tutto ciò? Nell’ipertrofia informativa nella quale siamo costretti (o abbiamo scelto) di vivere, c’è bisogno di riproporre e sottoporre a critica pensieri e teorie che risalgono a secoli passati, e dunque a società diverse dalle nostre? È proprio necessario rispolverare ancora una volta Montaigne, Diderot e Rousseau? O per essere più precisi: perché ci si limita solamente a questo? Perché continuiamo a guardare noi stessi esclusivamente atraverso schemi e strumenti altrui, obsoleti e anacronistici? So perfettamente che nulla nasce dal nulla, che la memoria del passato è il punto di partenza per costruire qualsiasi nuovo sistema di pensiero; ma possibile che non si possa fare lo sforzo di fare quantomeno un accenno alla contemporaneità?
Non ce l’ho con Todorov nello specifico, non sia mai. Ho però la sensazione che il suo atteggiamento sia una delle espressioni tipiche dell’intellettuale del XXI secolo (vedi) che non può pensare nulla di nuovo visto che chi lo ha preceduto si è gia domandato tutto e si è dato tutte le risposte. Gran parte dei saggi filosofici sono di questo calibro: una serie di citazioni di cose dette da altri, o confronti-scontri tra posizioni diverse, testi diversi, differenti punti di vista espressi in epoche diverse. È come se Todorov dicesse: ci rinuncio, tanto qualsiasi cosa mi azzardi ad affermare è sicuramente già stata detta più o meno negli stessi termini da qualcun altro; oppure: potrei anche illustrarvi le posizioni dei contemporanei, ma non farei altro che tornare su concetti già espressi in passato da altri pensatori.
Del resto, pensate anche solo a questo scritto: una citazione di una citazione di una citazione, e così via, in un gioco di scatole cinesi che sembra non terminare mai.
Grazie al cielo anche la redazione stessa si deve essere accorta dell’incompletezza della riflessione, e non a caso fa seguire all’articolo di Todorov un testo di Galimberti che – se non direttamente – sembra rappresentare una degna risposta alla domanda incompiuta.
Sul buono e il cattivo uso di ‘natura umana’: così recita l’intrigante titolo del suo ultimo saggio, pubblicato sul numero attualmente in edicola di Micromega. E vista la quantità di pseudopensieri da me elaborati sul medesimo argomento, lo scritto di Todorv mi ha fatto subito venire l’acquolina in bocca. L’idea di poter leggere le considerazioni di uno dei più importanti intellettuali contemporanei mi è sembrato un vero e proprio colpo di fortuna.
L’entusuasmo non è venuto meno nemmeno alla lettura del sottotitolo: ‘il dibattito sulla natura umana non si è spento, tutt’altro; ma se ha ancora senso utilizzare oggi questa nozione non può essere né alla maniera di Montaigne – ‘tutto è cultura’ – né secondo la prospettiva di Diderot – ‘tutto è natura’ – bensi prolungando le domande che furono di Rousseau, e cercando risposte che siano ancora più adeguate’. Ipse dixit.
Beh, anche se mi aspettavo qualche accenno in più sul significato contemporaneo della natura umana, la strada proposta da Todorov mi sembra estremamente interessante – anche se colpisce che la squadra messa in campo per affrontare l’argomento sia composta unicamente di tre transalpini, pare gli unici deputati a esprimersi adeguatamente intorno all’uso della nozione di natura umana.
Ma se questo team ci aiuterà a trovare risposte adeguate alle mutate esigenze dei tempi, ben venga! Del resto che questo sia il programma dichiarato di Todorov, lo si evince dalle prime righe del saggio vero e proprio: ‘parlerò del presente servendomi di parole passate, proprio perché le percepiamo come parole, e ne diffidiamo’. Chiarissimo. Un programma che chiamerei di filosofia vintage. Proseguendo nella lettura, le prime parole passate che ci vengono presentate sono quelle di Montaigne, con particolare riferimento al saggio Della consuetudine. Ebbene, come già anticipato nel sottotitolo, Todorov ci invita a diffidare delle parole – e della definizione – di Montaigne, il quale sostiene che ‘le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi approvati e accolti attorno a lui, non può disfarsene senza rimorso né conformarvisi senza soddisfazione’. Per rendere la posizione di Montaigne insostenibile, Todorov in primo luogo definisce aporie i suoi argomenti, poi smonta un supposto sillogismo, finendo col liquidare la sua posizione identificandola con uno scetticismo negatore.
Stessa sorte è riservata al secondo transaplino, Diderot, tirato in ballo in quanto autore del Supplemento al viaggio di Bouganville e portabandiera della seconda corrente di pensiero, quella che sostiene - per farla breve – che ‘tutto è natura, per cui l’essere umano – scrive Todorov – è interamente determinato, stavolta però non dalla cultura ma dalla natura, egli non dispone di alcuna libertà personale, di alcuna capacità di sfuggire alla sua sorte, stabilita una volta per tutte.
Non ci resta che Rousseau. Del resto il sottotitolo ci aveva avvertito: se vogliamo saperne qualcosa di più la strada da percorrere è la sua. E se per molti versi – ci spiega Todorov – Rousseau concorda con Montaigne, se ne distacca su pochi ma essenziali argomenti. In primis, mentre le generalizzazioni prese in considerazione da Montaigne sono delle semplici induzioni, Rousseau sostiene che la natura umana esiste ma non è accessibile all’induzione: non è sommando conoscenze particolari che si attende al generale, bensì formulando delle ipotesi sulla struttura di ciascun fenomeno. Punto di partenza di siffatto programma è la celebre formula ‘cominciamo dunque con lo scartare tutti i fatti’.
C’è poi un secondo, fondamentale aspetto che distingue in modo netto le posizioni dei due francesi: secondo Rousseau ‘le regole della morale non dipendono dagli usi dei popoli’, ed ‘esistono le leggi eterne della natura e dell’ordine’: ‘vi è dunque nel fondo della nostra anima un principio innato di giustizia e virtù, in base al quale, malgrado le nostre massime, giudichiamo le nostre e le altrui azioni come buone o cattive’.
Ci pare di capire di essere arrivati finalmente al nocciolo della questione: l’uomo non è affatto un cane o un lupo, e di conseguenza non può essere lo zoologo a detenere la verità della specie umana, ma – direbbe Rousseau – è il filosofo, o meglio – secondo T – lo psicologo, l’antropologo, lo storico, sempre che non si lascino condizionare da dettagli o fatti troppo particolari.
A questo punto della lettura mi sento sempre più vicino alla verità, alla rivelazione. È ora che Todorov abbandoni le parole passate per offrirci la visione contemporanea della natura umana, anche se oggi la chiamiamo con altri nomi. E invece? Invece nulla. Volto pagina e il saggio, incredibilmente, termina. Ecco le laconiche, conclusive righe: ‘Sicchè al termine del percorso, siamo ricondotti al punto di partenza: dopo questa rievocazione degli usi della natura umana, resta da porsi senza scrupoli la questione di fondo: che cosa è? ma qui mi fermo’.
Avete capito? Ma qui mi fermo! Come dire: non è compito mio andare oltre. Io posso raccontarvi per filo e per segno cos’hanno detto gli altri, posso andare a scovare scritti di primaria rilevanza sull’argomento e metterli a confronto con acume, facendo emergere i loro punti di forza e le evidenti debolezze. Ma non chiedetemi di fare affermazioni riguardo all’oggi!
E dunque? Rimaniamo a bocca asciutta. Eppure l’esordio ci aveva incuriosito. ‘Parlerò del presente servendomi di parole passate’ – è un po’ l’idea della filosofia vintage che ho illustrato in qualche altro pensiero precedente, ma del presente non c’è nemmeno l’ombra. Anzi, dopo aver seguito Todorov nella sua preziosa ricostruzione, una volta arrivati al momento clou – il presente – Todorov si tira indietro. Qui mi fermo, dice Todorov. Inutile spingersi oltre, tanto non diremmo nulla di rilevante rispetto ai tre francesi. Bastano loro per raccontarci cos’è la natura umana oggi.
A chi giova tutto ciò? Nell’ipertrofia informativa nella quale siamo costretti (o abbiamo scelto) di vivere, c’è bisogno di riproporre e sottoporre a critica pensieri e teorie che risalgono a secoli passati, e dunque a società diverse dalle nostre? È proprio necessario rispolverare ancora una volta Montaigne, Diderot e Rousseau? O per essere più precisi: perché ci si limita solamente a questo? Perché continuiamo a guardare noi stessi esclusivamente atraverso schemi e strumenti altrui, obsoleti e anacronistici? So perfettamente che nulla nasce dal nulla, che la memoria del passato è il punto di partenza per costruire qualsiasi nuovo sistema di pensiero; ma possibile che non si possa fare lo sforzo di fare quantomeno un accenno alla contemporaneità?
Non ce l’ho con Todorov nello specifico, non sia mai. Ho però la sensazione che il suo atteggiamento sia una delle espressioni tipiche dell’intellettuale del XXI secolo (vedi) che non può pensare nulla di nuovo visto che chi lo ha preceduto si è gia domandato tutto e si è dato tutte le risposte. Gran parte dei saggi filosofici sono di questo calibro: una serie di citazioni di cose dette da altri, o confronti-scontri tra posizioni diverse, testi diversi, differenti punti di vista espressi in epoche diverse. È come se Todorov dicesse: ci rinuncio, tanto qualsiasi cosa mi azzardi ad affermare è sicuramente già stata detta più o meno negli stessi termini da qualcun altro; oppure: potrei anche illustrarvi le posizioni dei contemporanei, ma non farei altro che tornare su concetti già espressi in passato da altri pensatori.
Del resto, pensate anche solo a questo scritto: una citazione di una citazione di una citazione, e così via, in un gioco di scatole cinesi che sembra non terminare mai.
Grazie al cielo anche la redazione stessa si deve essere accorta dell’incompletezza della riflessione, e non a caso fa seguire all’articolo di Todorov un testo di Galimberti che – se non direttamente – sembra rappresentare una degna risposta alla domanda incompiuta.
mercoledì 9 maggio 2007
Considerazioni inattuali - Premessa
Con queste considerazioni non voglio dimostrare che faccio filosofia con la spada, come dichiara Nietzsche. Le definisco inattuali semplicemente perché non di attualità; considerazioni che vanno a toccare a volte dimenticanze, altre fraintendimenti, altre ancora nervi scoperti. Considerazioni su cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole vedere, e di cui chiunque si rifiuta di parlare.
Le mie inattuali sono tutt’altro che bellicose. Non nelle intenzioni, ci mancherebbe. Ma al contrario del precedente nietzschiano, queste riflessioni non faranno alcun clamore, né rappresentano un attentato. Vogliamo scherzare? Non le leggerà nessuno, e se qualcuno le leggesse le prenderebbe come lo sfogo di un originale, un chiacchierone che vuole attirare l’attenzione prendendosela con i dogmi.
Sarebbe certamente più utile tornare nuovamente a fare filosofia col martello, e andare in giro a fracassare un po’ di orpelli. Ma anche questo è già stato fatto e non ha sortito gli effetti desiderati. Quel dannato martello era anche lui solo un fottutissimo simbolo, le considerazioni sono rimaste considerazioni, e gli idoli, sempre in ottima salute, se la ridono senza sosta. alla luce di questo infinito crepuscolo.
Le mie inattuali sono tutt’altro che bellicose. Non nelle intenzioni, ci mancherebbe. Ma al contrario del precedente nietzschiano, queste riflessioni non faranno alcun clamore, né rappresentano un attentato. Vogliamo scherzare? Non le leggerà nessuno, e se qualcuno le leggesse le prenderebbe come lo sfogo di un originale, un chiacchierone che vuole attirare l’attenzione prendendosela con i dogmi.
Sarebbe certamente più utile tornare nuovamente a fare filosofia col martello, e andare in giro a fracassare un po’ di orpelli. Ma anche questo è già stato fatto e non ha sortito gli effetti desiderati. Quel dannato martello era anche lui solo un fottutissimo simbolo, le considerazioni sono rimaste considerazioni, e gli idoli, sempre in ottima salute, se la ridono senza sosta. alla luce di questo infinito crepuscolo.
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