martedì 11 gennaio 2011

ORA ET LABORA

Oggi ho un colloquio importante.

Indosso t-shirt bianca, gilet nero girocollo, giacca nera, jeans e Dr. Martens. Il portatile è nello zaino.

Cercano un responsabile della comunicazione. Cercano me, cazzo. Laurea in discipline della comunicazione, esperienza triennale in grandi aziende nella gestione della corporate identity, ottima padronanza dell’inglese scritto e parlato, conoscenza del pacchetto Office, nozioni di teologia e predisposizione ai rapporti con un target molto giovane, dai 6 ai 18 anni. Profilo particolare ma ci sto dentro. Gliela posso raccontare.

Il taxi mi scarica all’incrocio di due vie di una zona residenziale del centro. Sono dieci anni che non metto piede da queste parti. Ma mi fa ancora più effetto entrare dalla porticina di ferro dell’Oratorio dei Salesiani. L’ho attraversata per almeno vent’anni, ogni pomeriggio.

Mi accoglie una donna ben acconcia con una cartellina in una mano e un caffè nell’altra. Mi servono diversi secondi per riconoscere in lei la ragazza che più di dieci anni fa si occupava delle pulizie dell’Oratorio. La donna guarda distrattamente l’orologio e mi comunica che sarò costretto ad attendere. Il responsabile, Don Claudio, è ancora occupato. Ne approfitto e mi guardo intorno. È tutto miseramente più piccolo. Il campo da calcio in asfalto oltre la rete di metallo è dimezzato. Una delle metà campo è occupata da un cantiere. E il campo da basket? È laggiù in fondo, sulla sinistra. I ragazzini palleggiano su cubetti di porfido sconnessi. Vado a dare un’occhiata nel sottoscala. Là sotto, qualche anno addietro, i Salesiani mi hanno ospitato un paio d’anni. Oggi c’è una sala musica insonorizzata e riscaldata. Casse Bose. Amplificatori. Mixer. Un pc.

Torno indietro. Avevo deciso a priori di non pormi domande stupide, e così farò. Vorrei solo capire, ma non ho nemmeno il tempo di finire di pensare la frase che mi trovo nell’atrio dell’Oratorio, nella mano la mano del responsabile, Don Claudio, già, me lo ricordo, gli ultimi Don che avevano avuto le redini della baracca, ai miei tempi, non erano durati granchè.

‘Dottor Scali, Alessandro’, mi guida il Don, ‘l’oratorio è un’azienda. L’aveva intuito Don Bosco, e noi oggi portiamo a compimento la sua opera. È la teoria dell’enterteinment cattolico, nulla di nuovo per te, credo. Guarda tu stesso: stiamo riconvertendo. Un sito di archeologia urbana e religiosa rifiorisce lentamente, giorno dopo giorno. Per ogni chicco di marketing seminato nell’asfalto – per usare una metafora evangelica - fiorisce un euro nella cassa. Faremo parcheggi dove c’erano campi da calcio troppo grandi per i pochi ragazzetti. E poi, i piccoli vogliono i videogiochi, la Coca Cola, le patatine, Sky? Noi apriamo un bel ristoro. Se hanno la tessera – costa solo venticinque euro l’anno – noi gli applichiamo uno sconto sacrosanto, in caso contrario rientriamo – in quanto a fascia di prezzi - nella media del mercato. Ma ci stiamo perdendo in dettagli’, chiosa Don Claudio. ‘Il vero tesoro è un altro’.

Si materializza al nostro fianco la donna. È lei che ha le chiavi.

Saliamo tutti e tre le scale. Entro e fatico a riconoscere il vecchio teatro. Non ne è rimasto nulla. Poltrone ergonomiche, ampie, comodissime. Insonorizzazione totale. Uscite a norma. Un impianto luci impressionante. Una concentrazione di tecnologie che ho visto solo negli studios americani.

‘Le compagnie se lo contendono’, non riesce a trattenere la donna. ‘Ogni sera c’è qualcosa. Abbiamo avuto anche le autorità’. ‘L’investimento sembra rendere’, sottolineo. ‘Certo’, dice la donna. ‘Dai un’occhiata ai conti’.

‘Vedi’, dice la donna, ‘ormai abbiamo rapporti a 360 gradi, non più solo con il nostro target diretto – i ragazzi che frequantano il village - ma con istituzioni, imprese, compagnie, società di servizi. Dobbiamo mettere in discussione la nostra immagine per costruirne una nuova più forte, che ci distingua dalla concorrenza’.

Ben detto. È l’occasione per mostrare loro il mio curriculum. Il notebook che si accende fa sempre il suo effetto. Il Don, per contro, mi mostra il suo tablet, ‘che mi posso portare anche sull’altare’, sottolinea.

Convengono con me che ci siamo trovati. La persona giusta al posto giusto. Mi lascio scappare qualche termine tecnico come vision, logo, payoff, pierre. La voce retribuzione viene affrontata con noncuranza e in un batter d’ali mi ritrovo con un terzo dell’ormai passato stipendio in più al mese.

Sono disteso. Scherzo col Don: ‘non ci soni crocifissi, in giro’. ‘Una professoressa marocchina’, risponde, ‘si è lamentata. Per noi non cambiava un granché’. ‘E le nozioni di teologia?’, gli domando. ‘Quelle’, mi dice, ‘le ha volute mettere per forza nel questionario l’agenzia che preseleziona i candidati’.

Ci stringiamo la mano calorosamente.

‘Lunedì ti daremo i ticket restaurant’, sembra concludere la donna.

‘Sembra la parabola del figliol prodigo’, aggiunge Don Claudio. ‘Ben tornato a casa, figliolo’.

‘Amen’, rispondo io.

lunedì 20 dicembre 2010

Osservazioni su un branco di zebre


Un branco di zebre corre davanti ai nostri occhi. Ciò che impressiona non è tanto la singola zebra - anzi isolare un'unica zebra in quella moltitudine di animali in corsa così simili tra loro è un’illusione - ma, appunto, ci stupisce l’insieme: tanti animali quasi identici - semplicemente zebre, animali a strisce bianche e nere - che corrono uno a fianco dell’altro per sfuggire ad una morte certa (se ne colgono di sfuggita alcune che sembrano allontanarsi o staccarsi o deviare dal gruppo, ma - se non si tratta di qualche esemplare che non riesce a tenere il ritmo e che infallibilmente sarà oggetto del predatore che insegue il branco alle spalle – queste deviazioni sono temporanee e tendono, letteralmente, a rientrare).


Le zebre. Ma cosa fanno le zebre? Pur non conoscendo la letteratura scientifica sulle zebre e potendoci basare esclusivamente sulla visione di documentari scientifici, possiamo bene o male immaginare cosa farà la specie zebra, insomma come ‘affronterà la giornata’. Del resto, cosa ci sarà mai da sapere sulle zebre se non che sono a righe, che scappano in gruppo se si accorgono di essere minacciate da un predatore, che probabilmente brucano, si riproducono in certi periodi, la gestazione avverrà in x mesi? Certo potremmo saperne di più su cosa mangiano, su dove esattamente si trovano, se in un continente piuttosto che in un altro. Ci si potrebbe per esempio soffermare sul fatto che le zebre corrano tutte insieme per disorientare il predatore, come in questo preciso istante: la povera fiera, più veloce delle zebre, ha affiancato il gruppo ma è come indecisa: non sa dove attaccare, non riesce a distinguere una zebra dall’altra, vede solo una lunga sequenza di righe bianche e nere scorrergli davanti agli occhi ed è costretta per il momento a desistere. Detto ciò, si potrebbero poi segnalare quei rari casi di zebre che avevano immaginato – anche solo per un istante della loro vita – chi di voltarsi e andare ad affrontare il predatore, chi di sfuggire e nascondersi, e chi, addirittura, aveva immaginato di stendersi d’un tratto per terra e simulare la propria morte. Ma si è trattato di pensieri sfuggenti, a nessuna zebra che non sa di essere zebra è mai venuto in mente di comportarsi da non-zebra, e mettersi, per esempio, sola di traverso alla strada per impedire la corsa del predatore. Sono zebre, diamine.


Eppure, sebbene per un osservatore sia arduo distinguere un esemplare dall’altro, è utile sapere che una zebra del branco in oggetto, che per comodità identifichiamo con la lettera A, stamattina si è graffiata vicino all’occhio con una spina. La zebra B ha partorito poche ore fa. La zebra C stamattina ha alzato all’improvviso lo zoccolo della zampa destra, quella posteriore, mentre la zebra D si stava abbeverando in una pozza. La zebra E ha la zebra F al suo fianco che ha due anni di meno, mentre quella tre file più avanti, la zebra G, è l’animale più anziano del gruppo. C’è poi la zebra H che fino a qualche istante fa sostava all’ombra di un albero. Giusto a qualche passo di distanza due maschi, le zebre I e L lottavano per il predominio del territorio mentre tre femmine – M, N e O, l’ultima di nemmeno un anno – osservavano la scena tenendosi a distanza e dilatando le narici.


Una zebra, tra le zebre, corre a fianco dell’altra zebra. Le zebre tra loro si riconoscono. Forse non sapranno affatto di essere zebre – chissà cosa diavolo immaginano di essere le zebre – ma sanno che ogni zebra è diversa dall’altra. E quando corrono in gruppo e piegano verso destra come in questo momento, tra le zebre del branco c’è chi sa, per esempio, chi eseguirà la curva senza problemi e chi invece, in un attimo di distrazione, appoggerà malamente lo zoccolo sul terreno segnando così in un istante due destini opposti: il suo e quello del gruppo. Stesa al buio, la prossima notte, l’esemplare di femmina P che proprio ora, nel massimo sforzo, volta galoppando la testa all’indietro, avrà un occhio semiaperto e l’altro chiuso. Pur essendo abituata all’oscurità, attraverso l’occhio semiaperto vede, di tutte le zebre possibili, le due zebre Q e R accovacciate poco più in là e un pezzo della propria zampa.


Le zebre non sanno nulla della teoria del disorientamento del predatore, e dello sconvolgente impatto estetico che la compagine riesce a provocare nel predatore. Le zebre sanno solo che corrono. Non corre la specie zebra, corre la singola zebra che tende i muscoli nello sforzo e il cui cuore pulsa in modo incontrollato.


Sopra ogni altra cosa va annotato che le zebre, una per una o anche prese tutti insieme, se ne infischiano di tutto ciò. Continuano a galoppare spalla a spalla quasi con ostinazione, perché sebbene siano semplicemente zebre, sebbene forse non abbiano la più pallida idea di essere delle zebre, sanno che indipendente da ciò che sono, ciò che dà loro maggiori possibilità di sopravvivere come singole zebre è, paradossalmente, proprio correre insieme.

sabato 11 dicembre 2010

Aforismi, 24

Siamo capaci a esercitare il massimo sforzo in tutto ciò che non richiede il benchè minimo impegno.

Aforismi, 23

Nulla è più eccitante del masturbare l'enorme trave pervicacemente conficcata nel nostro occhio.

martedì 2 novembre 2010

Sulle potenzialità e i limiti dei corsi serali

Forse ogni volta che un essere umano plasma un pezzo di argilla rivive inconsciamente le emozioni provate da Dio all’atto della creazione dell’uomo. Ricondurre la materia dal caos all’ordine; trasformare un’idea, una rappresentazione, un modello mentale in un oggetto fisico; plasmare a proprio piacimento una massa informe per infonderle vita: mentre affondava finalmente le mani nell’argilla, Eva era pervasa da un’infinità di sensazioni e intuizioni.
Osservandola fino quasi a penetrarne la struttura, era smarrita e allo stesso tempo estasiata al pensiero che di tutte le forme che quella porzione di materia conteneva potenzialmente in sé, una sola sarebbe diventata manifestazione concreta e inequivocabile della sua volontà.
Ma se alcune impressioni, sebbene molto intense, erano per un verso riconducibile al lato razionale e stimolavano costantemente la riflessione, l’astrazione, il ragionamento, per l’altro il contatto sensuale, morbido e avvolgente delle mani con l’argilla, i movimenti lenti e misurati, la docilità di quella straordinaria insignificante massa nel reagire alla pressione delle sue dita le trasmettevano, fisicamente, una sensazione di equilibrio e serenità, di armonia interiore, di calma attiva e propositiva.
Aveva passato ore a decidere quale forma attribuire a quella materia che ne era priva. Al contrario degli altri iscritti al corso – meno entusiasti di lei, ma che al termine della prima lezione avevano prodotto una tale quantità di piccoli e semplici oggetti da far invidia a un mercatino d’antiquariato – lei aveva provato, sì, ad abbozzare qualcosa, ma nulla sembrava, se così si può dire, adeguato. Sentivo il desiderio - avrebbe poi raccontato - o per meglio dire la necessità, l’obbligo di fare anche solo un piccolo passo in più, uno sforzo seppur minimo per realizzare qualcosa che non fosse la solita scontata idea che viene in mente a chiunque si ritrovi per la prima volta con un pezzo di argilla in mano. Fu nel corso della terza lezione che le sue mani incominciarono a plasmare una forma che subito non riuscì a cogliere nel suo complesso. Ma aveva iniziato. Fu come un blackout attivo e creativo, nel corso del quale pur essendo impossibilitati a percepire ciò che si sta facendo, nulla ci impedisce di agire. Quando però un bel momento riemerse improvvisamente alla luce la lezione stava per finire, era tardi, doveva uscire, e fu come se di colpo un soldato le avesse strappato dalle braccia la sua neonata creatura.

Uscì dal portone disperata. Conoscevo quell’espressione che sintetizza sul medesimo volto il dolore del tormento e la gioia sublime dell’estasi creativa. Venendomi incontro, si affrettò a spiegarmi, aggrappandosi al mio avanbraccio, che aveva gettato – nel senso letterale del termine - le basi della sua idea. Improvvisamente tutto aveva acquisito un senso. Aveva cominciato a creare. Sai cosa ho iniziato a fare? Un vaso, disse. Un vaso dalle dimensioni straordinarie. Non immaginarti adesso chissà cosa, proseguì. Diciamo che si tratta di un vaso fuori dal comune, insomma, per darti un riferimento, delle proporzioni di una persona, né alta né bassa, né magra né grassa. Non pensare a una forma umana vera e propria, sarà un vaso a forma di vaso, ma dalle proporzioni umane.
Ci allontanammo lasciandoci sulla destra un rumoroso e numeroso capannello di partecipanti intenti a scambiarsi i manufatti prodotti nel corso della serata: si consumavano nei sorrisi e nei complimenti reciproci. I nostri sguardi non a caso si incontrarono, e non potemmo fare a meno di sorridere anche noi di quegli ingenui gattini azzurri, delle piccole mele, delle semplici piattini decorati con motivi floreali che con un eufemismo definimmo naif.
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Se paragonate alle asperità delle prime tre, le lezioni successive furono una lunga, impercettibile discesa. Ora dopo ora, lezione dopo lezione, pensava Eva, un piccolo, grezzo, semplice pezzo di argilla muta la sua natura per entrare a fare parte di un tutto, un complesso armonioso da me ordinato e strutturato. Tranquillamente ma inesorabilmente, il vaso cresceva. Le cresceva intorno. Ci furono lunghe ore in cui si trovò lei stessa all’interno del vaso per meglio modellarlo, quasi a volersi far contenere dal contenitore da lei stessa creato. E vi furono altri momenti nei quali quel vaso, idelmente, sembrava prestarsi davvero a metaforico contenitore di tutto ciò che la circondava.
Ogni volta che le mie mani, raccontava Eva, per quelle tre ore alla settimana affondano nell’argilla e sembrano mettersi a lavorare da sole, indipendentemente dalla mia coscienza ma malgrado tutto sotto l’impulso della mia volontà, il tempo smette di scorrere e mi sembra di trovarmi in un eterno presente in cui ogni evento non segue né precede l’altro, ma gli si affianca.
Fu forse a causa di questo scarto temporale che non aveva fatto in tempo a completare metà del vaso quando il corso, inesorabilmente, finì.

lunedì 1 marzo 2010

martedì 26 maggio 2009

Aforismi, 17

Tutto il mondo è palese.

S'i fosse foco

S’i fosse foco, mi spegnerei
S’i fosse acqua, evaporerei
S’i fosse vento, m’acqueterei
S’i fosse sole, m’offuscherei.

S’i fosse uccello, camminerei
S’i fosse gatto, abbaierei
S’i fosse pianta, appassirei
S’i fossi rosa, non pungerei.

S’i fosse tempo, non scorrerei
S’i fosse vetta, m’appiattirei
S’i fosse sogno, mi sveglierei
S’i fosse Dio, bestemmierei.

S’infin io fosse, non più sarei.

lunedì 9 marzo 2009

Decimo: morte dei primogeniti

(L'Antico Testamento apocrifo è un esercizio di riscrittura di alcuni dei capitoli del testo biblico. Per chi fosse interessato, si suggerisce la lettura parallela e il confronto con le scritture originali.)

Esodo 12, 21 : 33

Per liberare il popolo d'Israele dalla schiavitù d'Egitto il Signore operò fatti straordinari. Primo: mutare tutta l'acqua d'Egitto in sangue; secondo: ricoprire ogni centimetro quadro della terra d'Egitto di rane; terzo: trasformare ogni granello di polvere egizia in zanzare; quarto: infestare l'Egitto di mosconi; quinto: far morire indistintamente tutti i capi di bestiame d'Egitto: cavalli, asini, cammelli, pecore e buoi; sesto: provocare ulcere con ascessi tanto alle bestie che a tutti gli abitanti d'Egitto; settimo: colpire l'Egitto con una grandinata di inaudita violenza, tale da ricoprire terra, bestie e uomini; ottavo: invadere l'Egitto con tante cavallette da oscurare il cielo e divorare, fino a far scomparire, ogni traccia di verde; nono: far calar per tre giorni sull'intero Egitto tenebre fittissime.

Ma mentre si cimentava in tali opere straordinarie, allo stesso tempo Egli si adoperava straordinariamente a rendere ostinato - contro la volontà del faraone stesso e quella di un intero popolo – il cuore del capo supremo dell'Egitto, che con stupore di tutti non si piegava né al volere e alla potenza di Dio nè alle minacce di Mosè, e non lasciava partire gli Israeliti.

Chiese dunque Mosè a Dio: ‘Quanto durerà, Signore, l'ostinazione del faraone? Egli non teme le tue mirabili opere, non cede di fronte alla tua forza, non arretra di fronte ai tuoi terribili attacchi. Il popolo è disperato, gli Egiziani continuano a inasprire le violenze e gli Israeliti iniziano a dubitare della tua forza’.
Rispose Dio: ‘Presto, mio debole popolo affamato di libertà, avrete pane per i vostri denti; misurerete senza fallo tutta la mia potenza, e finalmente chinerete eternamente il capo al mio cospetto. Credete davvero, stupidi esseri, che il faraone possegga davvero, di sua propria natura, tale sicumera e arroganza da opporsi ai fatti straordinari da me operati? Sono io, Dio, che rispondo a voi per bocca del faraone! Sono io a lasciarvi ancora in Egitto! Il faraone, pusillanime quanto ogni altro essere umano, vi avrebbe fatto fuggire fin dal primo istante. Sono io a negarvi la gioia della libertà! E questo perché voi, popolo scelto, possiate vedere tutto ciò con i vostri occhi, e comprendiate fino in fondo la mia terribile e infinita grandezza'.
Disse Mosè: 'Signore, risparmiaci tutte queste atrocità, risparmia il popolo egizio, e noi saremo eternamente tuoi schiavi!’.
Replicò Dio: ‘Taci, uomo. Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi. Nulla vi sarà risparmiato. Perché ciò che vi persuade e vi tranquillizza, ciò che mette ordine e dà un senso alle vostre vite, non sono certo la pietà, il perdono o la compassione, ma il terrore e il timore; non la parola, ma il sangue, non le idee, ma le azioni. Sarà dunque il terrore stesso a persuadere tutti, definitivamente. Ma è giunta appunto l'ora di ammorbidire il cuore del faraone'.

Il Signore convocò quindi tutto il popolo d'Israele e disse loro: 'Andate a procurarvi un agnello o un capretto per la vostra famiglia e sgozzatelo a mia eterna gloria. Prendete quindi un mazzetto di issopo, intingetelo nel sangue raccolto nel catino e con questo fate un segno sugli stipiti delle porte. Nessuno provi a uscire di casa fino al mattino seguente! Io, il Signore, passerò a castigare l'Egitto e vedrò il sangue sugli stipiti: allora io passerò davanti alla vostra porta e non permetterò all'angelo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire'.

A mezzanotte, l'angelo sterminatore iniziò a colpire ogni primogenito degli egiziani, dal primogenito del faraone a capo dell'Egitto, al primogenito del prigioniero rinchiuso nel carcere sotterraneo e tutti i primogeniti del bestiame. Dio passava casa per casa, porta per porta, stalla per stalla, e dove la porta non era segnata col sangue di un agnello innocente, Dio mandava l'angelo sterminatore a procurarselo dal primogenito di famiglia.

L'angelo sterminatore agì con fermezza, precisione e meticolosità. A seconda delle circostanze, spingeva con delicatezza la sua spada fiammeggiante nel petto di un neonato, o tagliava con un colpo fulmineo e netto la testa di un uomo, o ancora fracassava il cranio di un vitello con un singolo colpo ben assestato con il manico della sua terribile arma. Era stato Dio stesso a esigere uno sterminio con infinite variazioni sul tema, affinché il suo popolo comprendesse l'incommensurabilità della sua forza.

Non fu facile per l'angelo sterminatore portare a termine il compito conferitogli da Dio: diversi uomini e animali, allarmati dalle orribili urla di dolore che man mano si diffondevano nel paese, si nascosero nelle tenebre: chi nell'angolo remoto e buio di una stalla, chi in una grotta, chi in un pozzo, chi in cima a un albero. Pazientemente l'angelo sterminatore inseguì anche l'ultimo primogenito della terra di Egitto, un giovane che si illudeva di essersi nascosto all'occhio onnivedente di Dio. L'angelo, dopo averlo privato di braccia e gambe, lasciò il giovane mutilato dimenare il povero tronco e urlare dal dolore per qualche tempo, quindi gli strappò gli occhi e lo finì infilandogli la spada nella gola.

Lo sterminio dei primogeniti era terminato. L'intero Egitto, dopo ore di grida lancinanti nella notte, era ora ammutolito dall'orrore. Fu allora che il faraone convocò Mosè e Aronne e disse loro: 'Allontanatevi dal mio popolo, voi due e tutti gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto!'.

Gli Israeliti presero i recipienti con la pasta non ancora lievitata, li avvolsero nei mantelli e se li caricarono sulle spalle. Era finalmente giunto il momento di lasciare l'Egitto, ma prima di abbandonare quella terra inospitale Mosè voleva ringraziare il Dio protettore del suo popolo con un gesto che seppur non paragonabile alle sue opere straordinarie, sarebbe stato a loro immagine e somiglianza. Dopo che Dio e l'angelo avevano sterminato i primogeniti d'Egitto, infatti, Mosè ordinò agli Israeliti di farsi consegnare tutti gli oggetti d'oro e d'argento, e anche tutti i vestiti: di vecchi, donne, uomini, bambini, guerrieri, sacerdoti, faraone.

L'ordine impartito da Mosè incontrò il favore del Signore, il quale fece in modo che gli Egiziani fossero ben disposti verso il suo popolo. Essi acconsentirono di buon grado alle loro richieste, e così gli Israeliti portarono via tutto agli Egiziani.

mercoledì 25 febbraio 2009

Il castigo

(L'Antico Testamento apocrifo è un esercizio di riscrittura di alcuni dei capitoli del testo biblico. Per chi fosse interessato, si suggerisce la lettura parallela e il confronto con le scritture originali.)

Udendo queste parole gli uomini, pur sapendo di non poterne fare a meno, si pentirono amaramente di aver creato Dio. Decisero quindi che sì, si sarebbero fatti dominare, sì, avrebbero accolto la sua parola come legge, ma non da qui, dalla terra. Dio era simile all'uomo, ma non identico: doveva dunque essere separato, allontanato, confinato. Doveva diventare sacro.
Fu così che gli uomini destinarono al loro unico dominatore la parte più alta dei cieli. Da lì, dalla sua sacra e privilegiata posizione, Dio avrebbe amministrato per l'eternità l'ordine universale.

Nessuno si ricordò di Satana, il quale, terrorizzato, si era nascosto dietro un albero, col cuore di Dio in gola, sperando che lo stesso proprietario e i suoi originali creatori si dimenticassero della sua recentissima e compromettente esistenza.

Dopo aver confinato Dio al settimo cielo, gli uomini si domandarono che fine avesse fatto Satana; pochi lo cercarono, quella notte, tra gli alberi dell'Eden. I più erano dell'idea che Dio se lo fosse portato con sé nell'alto dei cieli.
Da quella notte, Satana, col cuore di Dio nel petto, vaga indisturbato tra gli uomini, sulla terra.

La disubbidienza

(L'Antico Testamento apocrifo è un esercizio di riscrittura di alcuni dei capitoli del testo biblico. Per chi fosse interessato, si suggerisce la lettura parallela e il confronto con le scritture originali.)

Un bambino, che era sfuggito agli sguardi distratti del padre e della madre, entrò nel giardino dell'Eden. Incontrò Dio, il primogenito, e gli domandò: 'È vero che gli uomini ti hanno proibito di cogliere i frutti di quell'albero? L'hanno vietato anche a me, dicendomi che mangiare uno di quei frutti mi farebbe morire'.
'Così pare, mio ingenuo fanciullo, ma mentre nel tuo caso è bene seguire la prescrizione dei genitori, che hanno autorità su di te, io posso infischiarmene dei divieti a me imposti dagli uomini, i quali, sul sottoscritto, non hanno alcun potere'.
'Sarà anche vero' – intervenne il secondo Dio, originato dal cuore del primo – 'sta di fatto che gli uomini, che ti hanno plasmato con le le loro mani, ti hanno vietato di mangiare quei frutti, e secondo me dovresti ascoltarli. Ti hanno infatti permesso tutto, eccezion fatta per questa minuzia. Cosa ti costa rinunciare? Potresti farlo quantomeno per gratitudine'.
'Chi sei tu - tuonò il primo Dio - per dirmi cosa fare o non fare? Come osi contraddirmi? Sebbene tu sia carne della mia carne, ti rivolgi a me come un nemico, per questo da questo momento tu ti chiamerai Satana! Credi dunque, Satana, che gli uomini mi abbiano creato per avere in cambio gratitudine? Agli uomini non serve riconoscenza, ma ordine, legge, risposte, senso. Sono io che devo dire loro cosa fare, e non il contrario'. 'Dunque mangerai il frutto? - disse Satana. 'Che tu stesso sia testimone. Guarda' – replicò Dio.

Alla vista di Dio che staccava il frutto dall'albero, il bambino cominciò a correre terrorizzato fuori dall'Eden. 'Dio sta mangiando i frutti proibiti!' - gridò il fanciullo arrivando al campo. Tutti i presenti si allarmarono: nessuno era mai sopravvissuto al micidiale veleno di quei frutti. Si precipitarono quindi tutti al giardino dell'Eden, presagendo il peggio. Quando arrivarono nei pressi dell'albero videro, con loro somma sorpresa, il Dio primogenito che stava assaporando con grande soddisfazione la polpa del fantomatico frutto. A quella vista tutti gli uomini, improvvisamente, ammutolirono. Nessuno voleva credere ai propri occhi: non c’era animale, nè uccello, nè insetto che fosse mai sopravvissuto al suo letale veleno. Dio, al contrario, aveva già consumato diversi frutti ed esibiva una salute di ferro.
'Di che cosa vi sorprendete, sciocchi mortali! Vi aspettavate forse che sarei crollato come una bestia qualunque al primo morso? Dimenticate forse che mi avete plasmato a vostra immagine e somiglianza? Immagine e somiglianza, immagine e somiglianza! Capite? Io sono sì simile a voi, ma non identico, per vostra stessa scelta. Io sono la vostra migliore espressione, la vostra punta di diamante, il vostro modello, il riferimento, il pastore, il dominatore, il senso, l'ordine, la risposta, la verità. Pensavate davvero che il misero frutto di un alberello che voi stessi mi avete dato in potere avrebbe potuto procurarmi anche solo una semplice indigestione?'.

Creazione di Dio - parte seconda

Gli uomini piantarono un giardino a oriente, nella regione di Eden, e vi misero il Dio che avevano plasmato. Nel giardino vi erano alberi di ogni specie: erano belli a vedersi e i loro frutti squisiti. Gli uomini presero Dio e lo misero nel giardino di Eden per governare la terra da una posizione di privilegio: 'Sei libero di fare ciò che vuoi – dissero gli uomini a Dio - ma sta lontano dai frutti di quest'albero. Se ne mangerai sarai destinato a morire'.

Poi gli uomini dissero: 'Nessuno di noi può sopravvivere da solo. Quindi anche Dio, che abbiamo plasmato a nostra immagine e somiglianza, non può vivere senza qualcuno al suo fianco'. Allora gli uomini fecero scendere un sonno profondo su Dio, che si addormentò; poi gli strapparono il cuore e richiusero la carne al suo posto. Con quel cuore gli uomini formarono un altro Dio, e condussero il secondogenito al cospetto del primogenito, che esclamò: 'Questo sì! è sangue del mio sangue, carne della mia carne!'. 'Dà a lui un nome', dissero gli uomini a Dio, e Dio replicò: 'Voglio pensarci bene perchè non posso sbagliare'.
'Perciò' – dissero gli uomini a tutta l'assemblea - 'Dio lascerà uomini e donne, anziani e bambini, per stare con il nostro Dio secondogenito, e il loro legame sarà tanto forte che saranno una cosa sola'.

lunedì 23 febbraio 2009

Creazione di Dio - parte prima

(L'Antico Testamento apocrifo è un esercizio di riscrittura di alcuni dei capitoli del testo biblico. Per chi fosse interessato, si suggerisce la lettura parallela e il confronto con le scritture originali.)

Genesi, 1 : 26 - 31

In principio, quando apparvero i primi uomini, sulla terra non c'era solo vapore che saliva dal suolo e ne inumidiva tutta la superficie. Vi erano cespugli ed erba verde, ogni specie di piante col proprio seme, e ogni specie di alberi da frutta col proprio seme. Vi erano animali che guizzavano nelle acque, volavano in cielo e popolavano la terra. Vi erano poi gli animali domestici, quelli selvatici e quelli che strisciano al suolo.

Gli uomini, smarriti e sorpresi, rapiti da quanto li circondava, incuriositi e timorosi al medesimo tempo, rimanevano ore e ore stupefatti sotto piogge torrenziali, o non si stancavano di contemplare un albero colpito da un fulmine ardere in un'enorme lingua di fuoco, o seguivano il sole scomparire dietro le montagne con la stessa avidità con cui osservavano le acque impetuose di un torrente cadere dalle montagne, o, ancora, assistevano con sacro terrore alla nascita di un bambino, o alla morte di un vecchio, incapaci di comprendere il senso di tutto ciò.

La sera, attorno al fuoco, ognuno raccontava le proprie osservazioni e chiedeva agli altri spiegazioni, ma nemmeno i più anziani avevano una risposta. Nessuno era in grado di giustificare il variare dei venti, le grida delle fiere, il volo degli uccelli, i frutti delle piante, la trasparenza delle acque. Nessuno conosceva il perché della vita e della morte, della veglia e del sonno, dalla saggezza e della follia, del bene e del male.

Una sera un uomo si alzò e disse di fronte all'assemblea: 'Non è bene che l'uomo viva senza risposte. Se la risposta non c'è, la creeremo con le nostre stesse mani. Facciamo Dio! Sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sulla vita e sulla morte, sul tempo e sullo spazio, sul sole e sulle stelle, sulla terra e sul cielo, sui mari e le montagne, sugli uomini e sulle bestie. Dio sarà l'eterna risposta a ogni nostra domanda'.

Fu così che l'uomo creò Dio simile a sé, lo creò a sua immagine e somiglianza, e lo benedisse con queste parole: 'Dal cielo tu dominerai l'universo e tutto ciò che si muove sulla terra. Governerai e dominerai sull'uomo, sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sugli animali che strisciano al suolo. Sarai temuto e onorato. Grazie a te daremo finalmente un senso e un ordine alle nostre vite'.

E così avvenne.
E l'uomo vide che tutto quello che aveva fatto era davvero molto bello, e rese grazie a Dio.

martedì 17 febbraio 2009

Corruzione generale

(L'Antico Testamento apocrifo è un esercizio di riscrittura di alcuni dei capitoli del testo biblico. Per chi fosse interessato, si suggerisce la lettura parallela e il confronto con le scritture originali.)

Genesi, 6 : 1 - 8

Gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra. Nacquero loro delle figlie. I figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e si scelsero quelle che vollero.
Allora il Signore disse: 'Non lascerò che il mio alito vitale rimanga per sempre nell'uomo perché egli è fragile. La sua vita avrà un limite: 120 anni'.
Eppure, nonostante gli ammonimenti, nonostante la condanna e la punizione, nonostante la cacciata dal paradiso, nonostante il recente limite imposto alla durata della sua esistenza, l'essere umano era sempre più malvagio, e il suo pensiero era costantemente, invariabilmente, inesorabilmente rivolto al male. Sebbene il Signore fosse senza dubbio rimasto sorpreso dagli enormi progressi tecnici, dall'inventiva e dalla creatività, dalla capacità di adattamento e dall'istinto di sopravvivenza dimostrati dalle sue creature, vedeva con altrettanta chiarezza e lungimiranza che nulla era migliorato nell'ambito dell'etica, della morale, della condotta di vita.
Dio sapeva inoltre che ciò a cui avrebbe assistito in futuro sarebbe stato semplicemente un progresso delle tecniche, degli strumenti, dei mezzi, delle conoscenze, non certo dell'uomo in se stesso. Insomma il Creatore comprese che l'uomo, col trascorrere dei secoli, avrebbe sì costruito torri sempre più alte, mezzi di trasporto sempre più potenti e veloci, avrebbe utilizzato strumento sempre più precisi, avrebbe fatto calcoli sempre più complessi, ma a fronte di ciò non sarebbe diventato migliore, o, per essere ancora più chiari, più buono. L'egoismo, la violenza, il sopruso, lo stupro, la sopraffazione, l'arroganza, la maldicenza, l'invidia, la malvagità, si sarebbero accresciute e intensificate alla pari del cosiddetto e supposto progresso scientifico e tecnologico. D'altra parte l'altruismo, l'amore, la solidarietà, la comprensione, la pazienza, la gratitudine, la gentilezza, avrebbero impersonato, in questa immane tragedia, solo ruoli di secondo piano, ininfluenti a livello della narrazione.

Fu dopo questa serie di amare e lucide riflessioni che il Signore, l'Altissimo, l'Onnipotente, si pentì in tutta coscienza di aver fatto l'uomo. E fu a tal punto disperato e addolorato che disse: 'Sterminerò dalla terra quest'uomo da me creato, e insieme con lui anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo'.